Golden Apes: Kasbek

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A distanza di circa tre anni da M Ʌ L V S  ecco Kasbek, recente album dei tedeschi Golden Apes. La band si mantiene ancorata allo stile che avevamo descritto senza, in verità, tentare proprio nulla di nuovo, ma limitandosi a riproporre canoni ’80 che si conoscono ampiamente. Non che Kasbek sia alla fine un ascolto sgradevole, anzi: un bel basso postpunk si apprezza sempre, la chitarra si dimostra spesso incisiva e la voce di Lebrecht risulta generalmente efficace. Diciamo che, ciò che manca, è quel tocco di estro in più, che scongiuri il dubbio della semplice imitazione. Si comincia con “Oblivion”, brano dalla ritmica tribale, nel quale un’espressiva chitarra wave e il canto di Lebrecht con i suoi toni profondi aprono un scenario davvero fosco. La seguente “Vento”, scandita da linee di basso asciutte ma vigorose, persiste nel mood malinconico che si manifesta in pieno in certi passaggi vocali vagamente lamentosi, mentre con la melodia tendenzialmente patetica della title track si arriva all’apoteosi della depressione. Non ci si sposta dal postpunk più classico, poi, con “Deliverance”, ove aleggia lo spirito di Ian Curtis e “Voykova (The Healing)”, uno degli episodi migliori, recupera un’impetuosa quanto efficace dimensione rock: tutto il contrario che in “Clouds’ Silver Lining” che opta ancora una volta per una formula patetica ed evocativa non sempre riuscita. Quindi, a ravvivare la tristezza di “Dust & Dew” vi è l’intervento della canadese Shannon Hemmet con la sua voce avvolgente, di “Sleep” è pregevole principalmente l’inizio e, poco più in là, “Home” indugia in sonorità melodiche e sognanti. L’ultimo brano è “Parting”, che chiude con malinconia indicibilmente cupa un disco da tener presente ma che induce a desiderare, per il futuro, qualche idea nuova.

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