Kill Your Boyfriend: intervista

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La prima volta che mi sono imbattuto nei Kill Your Boyfriend è stato circa 5 o 6 anni fa: mi trovavo una domenica nel primissimo pomeriggio nel bar del Cinema Lanteri di Pisa, a lavorare al computer per una scadenza. Mentre prendevo il caffè e cercavo di finire il report del mio progetto, ho sentito dei suoni, tanto familiari quanto inattesi, provenire dalla “Redrum” (cit.) del locale, ovvero una sala usata per incontri e conferenze. I Kill Your Boyfriend erano lì, quasi per caso, per un concerto acustico che mi catturò dalle prime note. Da quel momento le strade di Ver Sacrum si sono incrociate spesso con il duo veneto, come si può vedere dai diversi articoli su di loro pubblicati su questo sito. Ma è stato lo straordinario concerto al Caracol di Pisa, recensito con la solita perizia dalla nostra Mrs. Lovett, che mi ha fatto venire la voglia di conoscere meglio i Kill Your Boyfriend, ovvero Matteo Scarpa (chitarra e voce) e Antonio Angeli (batteria). Un veloce botta e risposta per una delle realtà più interessanti della “nostra scena”, qualsiasi sia la definizione (ved. sotto) che si voglia usare per definirla.

I vostri concerti sono assolutamente fantastici: trasmettete una grande energia. Sembra quasi che vi trasfiguriate dal vivo, che entriate in una specie di trance, mentre di persona sembrate tranquilli e affabili. Come vivete quindi il momento del concerto?

Bisogna dire che il momento del “live” per noi è forse anche la parte più bella del “fare” musica. Riprendendo la tua domanda, hai totalmente ragione nello scrivere che sul palco entriamo in una specie di “trance”: per noi è quasi un rituale liberatorio e siamo totalmente coinvolti in quello che suoniamo, nella speranza di trasmettere emozioni anche al pubblico.
Comunque più che tranquilli e affabili, giù dal palco, ci riteniamo educati. Fidati che nella vita normale anche noi abbiamo i nostri “momenti”, un po’ come tutti.

Avete un curriculum pieno di esibizioni live, con molti tour all’estero. Non è usuale per una band italiana. Come siete riusciti a creare questa rete di contatti così estesa e quali piani avete per i prossimi tour?

Sinceramente abbiamo avuto un pizzico di fortuna, nel senso che, subito dopo l’uscita del nostro primo album nel 2013, siamo entrati in contatto con Matteo Dicembrio della Vertigo Concerti il quale ci ha fatto fare subito moltissime date in Italia e piano piano abbiamo iniziato a muovere anche i primi passi all’estero, con dei tour principalmente in Germania. In seguito nel 2016 abbiamo conosciuto la Ice Cream Disco di Alex Kelman che ci ha organizzato tour in Europa, UK e Russia.
Attualmente abbiamo in programma alcune date: a inizio ottobre saremo a Londra, Manchester e Berlino mentre a Novembre qualche data in Italia. Inoltre stiamo già delineando un nuovo tour europeo per Marzo/Aprile 2020. Consigliamo, comunque, di seguirci nelle nostre pagine social per rimanere sempre aggiornati.

Quali sono stati i concerti più importanti per voi? Che differenze avete notate (se ce ne sono) tra il pubblico dei diversi paesi che avete visitato?

Di concerti importanti ce ne sono stati veramente tanti tra festival e locali… Tra i più importanti sicuramente possiamo annoverare quelli fatti in Russia, in quanto siamo entrati in contatto con una realtà per molti aspetti diversa da quella europea, o, più recentemente, quello di Londra, anche perché emotivamente più fresco e perché era la nostra prima volta nel Regno Unito. Comunque sia, di concerti speciali ne ricordiamo tanti e ci risulta difficile nominarne solo alcuni.
Parlando invece di pubblico, bisogna dire che di differenze se ne possono riscontrare e sono principalmente dovute a culture musicali di base differenti, ma la questione la si può constatare anche solo parlando di una singola nazione in particolare.
Una nota piacevolmente positiva è che percepiamo, solitamente, un certo interesse da parte delle persone che partecipano ai nostri show, anche da parte di chi non ha gusti musicali propriamente affini al nostro genere.

È divertente leggere la varietà di etichette che i critici (nonché i fan) associano alla vostra musica: da shoegaze a (post)punk, da darkwave a industrial. Nei vostri dischi poi avete fatto cover dei Jesus & Mary Chain e dei Suicide. Questa varietà si riflette nelle vostre fonti di ispirazione (e nei vostri ascolti musicali attuali)?

L’idea di partenza della band era proprio quella di miscelare i synth e l’elettronica dei Suicide con le chitarre “noise” dei J&MC, ovviamente interpretando il tutto a modo nostro. Bisogna aggiungere però che gli ascolti che abbiamo sono veramente vari e pensiamo che fondamentalmente un po’ tutti ci influenzino, anche se riteniamo che ormai la band abbia una propria identità riconoscibile.

C’è una di queste etichette (o altre) che sentite più adatta a rappresentarvi?

A noi sinceramente non è mai interessato darci un’etichetta. Troviamo la cosa limitante e, quando componiamo, cerchiamo di non seguire dei canoni di genere prestabiliti ma principalmente l’ispirazione e il sentimento del momento. Forse questo è anche il motivo per cui la gente non riesce ad inquadrarci in maniera precisa. Certo, se dovessimo proprio darcene una di etichetta, ci sentiamo più una band post-punk però sempre alla ricerca di nuovi “suoni” e noise. Poi lasciamo ai posteri l’ardua sentenza.

Mi incuriosisce la vostra scelta per i titoli delle canzoni, associati (quasi) sempre a nomi maschili. Come nasce questa cosa? Sono per caso i “boyfriends” da uccidere?

Esatto. Una volta scelto il nome “Kill Your Boyfriend” (titolo della graphic novel di Grant Morrison e Philip Bond pubblicata da Vertigo/DC Comics), ci è venuto l’idea di dare alle canzoni solo nomi maschili come se fosse una lista di “boyfriends da uccidere”.

Mi piacerebbe anche saperne di più dei vostri testi visto che inevitabilmente il cantato finisce un po’ sommerso dal muro del suono che producete e “annebbiato” dagli effetti sulla voce. Di cosa parlano?

Ogni album ha una sua tematica la quale ci da, poi, ispirazione per la musica e i testi. Abbiamo voluto che, in qualche modo, gli album fossero collegati tra di loro, quasi fosse un percorso per l’ascoltatore.
In Kill Your Boyfriend – S/T abbiamo parlato dell’amore vissuto in maniera assoluta, come una fede, il quale porta all’autodistruzione.
In The King is Dead ci siamo immersi nei sentimenti causati da una perdita; in Ghosts, invece, abbiamo sviscerato i “fantasmi” che la perdita stessa può generare.
Basandoci sugli argomenti e sentimenti prima descritti, in ogni canzone quindi cerchiamo di raccontare la realtà che ci circonda e che viviamo direttamente o indirettamente.

Se da un lato siete spesso in giro a suonare, dall’altro non pubblicate frequentemente nuovi dischi. L’ultima vostra produzione è il singolo Ulrich di 2 anni fa. Vi sentite più una live band? A quando una nuova uscita su disco (e in caso dateci per favore qualche anticipazione)?

In realtà eravamo riusciti a fare praticamente almeno un’uscita annuale fino all’ultimo singolo che hai citato. Solo in questi ultimi due anni la nostra produzione ha subìto un rallentamento dovuto anche all’intensa attività live. Comunque ti possiamo anticipare esserci materiale nuovo e a breve ci saranno interessanti novità, che però preferiamo non rivelare ancora.

L’EP Ghosts del 2016 si nota per essere una produzione in cui avete tentato un approccio più sperimentale. Questo sia dal punto di vista strettamente musicale (penso alla strumentale “Man 1” e alla inquietante “Man 5”) che nella scelta dei titoli delle canzoni (uomini sì ma senza nome!), nonché per il supporto fisico utilizzato (la cassetta!). Come è nato Ghosts?

Ghosts è stato concepito proprio con l’idea di essere un EP stampato su cassetta. Abbiamo avuto un approccio differente nella stesura delle canzoni e nella ricerca sonora ma possiamo dire che ci piace sperimentare in ogni frangente e lo si potrà notare anche nelle future produzioni.
Come detto prima, l’idea era di descrivere i fantasmi generati da un’ipotetica perdita e, non essendo di connotazione umana, le canzoni non hanno un nome preciso, ma un numero.

Come vivete il dualismo “release fisica” e “distribuzione digitale” per la vostra musica? Da un lato la vostra produzione sembra perfetta per i fan tradizionalisti, con uscite in vinile e cassetta, singoli 10” etc, dall’altro siete molto attivi sulle piattaforme di streaming come Bandcamp e Spotify…

Pur essendo degli inguaribili romantici del supporto fisico, riteniamo che al giorno d’oggi ci sia la necessità di adeguarsi alle nuove tecnologie, quindi bisogna fare di necessità virtù.

Info

Web: killyourboyfriend.net

Facebook: facebook.com/kyboyfriend

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