The 69 Eyes: West End

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Festeggiare trent’anni di carriera pubblicando un disco veramente forte? L’hanno fatto i The 69 Eyes con West End. Dodicesimo album della loro lunghissima vita, a circa tre anni di distanza dal precedente apprezzatissimo Universal Monsters, West End sintetizza, esaltandole, tutte le caratteristiche principali della musica della band: scenari dark ma dall’anima rock, passaggi ‘metallici’ abbinati a motivi azzeccatissimi, voce di Jyrki assai attraente, il tempo sembra non essere trascorso e, al di là di qualche sporadico inciampo, oggi ritroviamo i nostri in pieno smalto. Gli undici brani di West End, titolo dal sapore apocalittico che fa riferimento alla fine del mondo occidentale, sono tutti di buon livello e alcuni di loro sono chiaramente destinati a diventare delle hit. Ne è un esempio l’opener “Two Horns Up”: apertura ‘tostissima’ e molto vigorosa, con la presenza di un ospite illustre come l’amico Dani Filth che domina la situazione grazie agli abituali, asperrimi toni. A seguire, altra ‘delizia’ irresistibile, “27 & Done”, in linea con i 69 migliori: chitarre al lavoro, Jyrki al suo meglio e melodia stuzzicante: cosa chiedere di più? “Black Orchid” permane nello stato di grazia e si può solo immaginare – e sognare – di ascoltarla dal vivo, mentre “Change” interrompe la sequenza con una ‘pausa’ più lenta e tenebrosa da grande ballata; “Burn Witch Burn”, invece, ritmo rock’n roll e colori dark, praticamente ancora un ‘centro’ indiscutibile. E se “Cheyenna”, pur mantenendo ritmica e suoni sostanziosi, privilegia i ‘risultati’ facili cedendo un po’ troppo al pop, la seguente “The Last House On The Left”, avvalendosi, oltre che del succitato Dani Filth, anche di qualche altro ‘collega’ come Wednesday 13 e Calico Cooper, figlia del più noto Alice, offre un saggio efficace di hardcore. Astuzia fin troppo ovvia collocare, subito dopo, “Death & Desire” l’altro brano sentimental/melodico, tanto per dare un attimo di tregua, in verità da molti ritenuto non necessario, mentre “Outsiders” si attiene ai ‘sentieri’ più sicuri di un solido gothic rock. Infine le cupe – ma quanto piacevoli? – visioni di “Be Here Now” e la ‘cadenza’ insolita – ma abbinata a una chitarra eloquente e alla più seducente delle voci! – di “Hell Has No Mercy” concludono in modo efficace e soddisfacente un album che non potrà non essere gradito sia ai fan tradizionali della band che a quelli nuovi.

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