Angels of Liberty: Servant Of The Grail

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Esce dopo la scomparsa del carismatico frontman Voe Saint-Clare l’album Servant Of The Grail degli Angels of Liberty, band inglese di grandi promesse, devota al gothic rock, che forse deve la sua maggior fama proprio alla disgraziata circostanza che ha troncato prematuramente la sua carriera. Voe Saint-Clare, infatti, era considerato un vero personaggio: autentica icona dello stile gotico, sempre ai limiti dell’esoterico, egli è stato l’anima di un gruppo sostanzialmente allineato con i classici del genere; ha tuttavia arricchito i canoni tradizionali di un’‘aura’ decadente che, pur se risentiva, all’occasione, di qualche ridondanza, attribuiva comunque alla musica dei nostri una qualità particolare. Tali caratteristiche li distinguevano dalla massa degli imitatori. Servant Of The Grail contiene materiale non ancora pubblicato ma, tutto sommato, di notevole valore, che l’etichetta Secret Sin Records (fondata, appunto, da Saint-Clare e dall’altra componente Scarlet Powers) ha scelto di far uscire quest’anno: un gesto celebrativo, forse, ma anche un’opportunità, per chi non si sia mai imbattuto prima negli Angels of Liberty, di avvicinarsi alla loro musica. L’apertura, “Khumry”, è un’intro molto invitante, dominata proprio dal sentore di decadenza di cui si diceva: la scurissima atmosfera, vagamente polverosa e animata da sinistri cori, sembra evocare un vecchio film dell’orrore; passaggi del genere attestano, a mio avviso, la singolarità di un gruppo che con ogni evidenza aspirava a uscire dai ‘binari’. La seguente “Son of the Serpent” ‘irrompe’ poi con le caratteristiche del miglior gothic rock e “Alpha Draconis” mostra, per così dire, i ‘muscoli’ diffondendo raffiche di energia; “Haunted” insiste con sonorità vigorose e ‘rockettare’. E se “Venus Aeon” richiama alla memoria i Sisters of Mercy, “Queen of Heaven”, uno degli episodi migliori, ispira immagini di riti ancestrali e oscure cerimonie medioevali e anche la successiva “Innana” indugia su suoni tenebrosi a tinte palesemente esoteriche. Delle restanti valga citare la romantica “Josephine”, densa di ‘gotiche’ malinconie, e la conclusiva “The Golden Years”, altro riuscito esemplare di classico gothic rock, che chiude con il più fosco degli scenari un disco che vale la pena di conoscere.

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