Chelsea Wolfe: Birth of Violence

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Il settimo album della sacerdotessa ‘gotica’ Chelsea Wolfe si stacca dalla produzione recente che avevamo imparato a conocere e ad amare. Birth of Violence segna infatti il ritorno della musicista allo stile dark folk di impostazione acustica: una scelta che, in verità, è risultata indigesta ad alcuni, ma che va accettata e compresa nel suo insieme, come una ricerca o meglio una sorta di viaggio interiore la cui destinazione è un’intimità complessa e sofferta. Le dodici tracce di Birth of Violence rispecchiano una solitudine meditata e, forse, anche goduta, un distacco dall’ambito materiale che, tuttavia, non prescinde dalla riflessione su tematiche importanti, come si evidenzia in alcuni dei testi più significativi. Le soluzioni musicali scelte dalla Wolfe non sono nè facili nè minimali: occasionalmente compaiono sonorità consistenti e synth che rimandano all’ultima produzione e, intervenendo nei più tetri contesti acustici, li ‘rinvigoriscono’ con contrasti singolari e interessanti. L’opener “The Mother Road”, il primo singolo uscito lo scorso giugno, apre con la nuova dimensione vocale della musicista, che si mostra capace di tonalità ‘pure’ di grande intensità: se dall’inizio il brano pare strutturato da un semplice arrangiamento di chitarra acustica, dopo la prima metà il tessuto sonoro, più denso e pieno, diviene prezioso e seducente. Subito dopo, “American Darkness” indugia in malinconie romantiche ma piuttosto cupe, mentre la title track, punteggiata da una ritmica lieve, ‘rinforza’ la chitarra acustica con suoni ariosi e il canto sembra levarsi al cielo. Troviamo poi, “Deranged For Rock & Roll”, caratterizzata da una melodia struggente, e, subito dopo, quello che può forse essere definito il capolavoro dell’album, “Be All Things”, un omaggio, più che al folk, alla tradizione ethereal, di cui rappresenta la più nobile delle sintesi, evocando qui i Cocteau Twins, là Marissa Nadler o persino i Dead Can Dance. Ma “Erde” si volge a uno scenario complesso e oscurissimo e riconosciamo la Wolfe di Hiss Spun e “When Anger Turns To Honey”, forse una traccia delle più lineari, è di una tristezza che fa quasi male: lo stesso può dirsi, poco più avanti, della meno semplice – ma un po’ più ‘sinistra’ – “Little Grave”, e di “Preface To A Dream Play”, perfetta colonna sonora per visioni spettrali. Infine, la sognante, crepuscolare – ma non certo ‘mite’ – “Highway” e la sconcertante “The Storm”, che trasforma i suoni naturali di una tempesta in un finale fra i più inquietanti, concludono con classe un disco sorprendente, di cui si parlerà a lungo.

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