Crisis: The Hammer and the Anvil

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Tutti conoscono i Crisis. C’erano un paio di generazioni fa, prima della mia. Figli della protesta più estrema e politicizzata del punk (i giubbotti in pelle inneggianti all’estremismo italiano del ’77) e ci sono ancora adesso un paio di generazioni dopo la mia. Inutile soffermarsi sul fatto che dalle ceneri dei Crisis sarebbero poi andati a nascere progetti come Death In June e Sol Invictus, che hanno scritto uno dei più belli e crepuscolari capitoli del folk moderno con frequenti incursioni elettroniche e industriali. Ma quella è un altra storia che tutti conoscono già.

Il gruppo si è formato nel 1977 e la formazione originale era composta da Phrazer alla voce, Lester Jones alla chitarra solista, Douglas Pearce alla chitarra ritmica, Tony Wakeford al basso e Insect Robin the Cleaner alla batteria. Il loro singolo di debutto, No Town Hall, fu pubblicato nel 1978 dalla Action Group Records. Il 1 ° novembre 1978, i Crisis registrarono una Peel Session di quattro brani per la BBC Radio 1, con due dei brani poi pubblicati come singolo, UK ’79 / White Youth, nel 1979 per la Ardkor Records. Le restanti due canzoni della Peel Session furono pubblicate postume sempre dalla Ardkor nel 1981 come Alienation / Brückwood Hospital. All’inizio del 1979, la band subì un grosso cambiamento nella formazione quando Phrazer e Insect Robin the Cleaner furono sostituiti da Dexter (un fan di vecchia data e roadie) e Luke Rendle. Dopo essere saliti sul palco per l’ultima volta, supportando Magazine e Bauhaus nella loro città natale di Guildford, nel Surrey, il 10 maggio 1980, il gruppo si sciolse. Una registrazione del loro ultimo concerto è stata pubblicata nel 2008 sul CD Ends! per la Neroz, la divisione australiana della NER (New European Recordings). Nel live era presente anche il brano “All Alone In Her Nirvana”, incluso qualche anno dopo nel primo lavoro dei Death In June e composta originariamente nei Crisis.

Ora, nel 2017, a 40 anni di distanza, i Crisis si sono riformati e la formazione comprende il membro fondatore Tony Wakeford e Clive Giblin degli Alternative TV. Quello che è successo è che ad un certo punto (già dai due anni precedenti) Tony Wakeford ha avuto di nuovo voglia di portare dal vivo le cose che aveva suonato all’inizio del suo viaggio musicale. E per qualche motivo la risposta del pubblico che da sempre lo aveva seguito (e inaspettatamente ancor di più dalle nuove generazioni) è stata talmente positiva che alla fine ha deciso di proseguire con l’esperienza dei Crisis e aggiornare il progetto con un nuovo cantante per concentrarsi sul fedele basso a scala corta che lo accompagna dal vivo e in studio. 

Che questo per forza di cose abbia temporaneamente messo il progetto Sol Invictus in pausa e che tanti capelli fa sarei dovuto ritrovarmi ad un provino per L’Orchestre Noir è un altra storia. Che non c’entra con questa. Naturalmente.

La prima volta che li ho visti dal vivo (come 1.9.8.4. all’epoca), la formazione che portava dal vivo classici dei Death In June e Crisis comprendeva Tony Wakeford, basso e voce, e musicisti che avevano militato negli Alternative TV, Dave Morgan alla batteria e Clive Giblin alla chitarra. Dalle ceneri dei 1.9.8.4. (no, non deriva dal libro di Orwell ha dichiarato Tony, a meno che non scherzasse) è poi nata la nuova versione dei Crisis che la volta successiva che li ho visti dal vivo aveva un nuovo cantante, Lloyd James dei Naevus, e un diverso batterista, Igor Olejar. Ricordo il messaggio di Lloyd, vicino di casa ed amico di sempre dai tempi di Londra: “Sto provando con Tony che preferisce concentrarsi solo sul basso.” Da lì è successo che ho dato buca ad un’amica per seguirli a Bologna e Milano con supporto degli Echoes of Silence e dove sul palco Fabrice dei Frustation ha accompagnato alla voce il classico che aveva ispirato il nome al gruppo in cui milita, i Frustation. Poi per un’altra serie di concerti in Italia, e per tutti i tour successivi in giro per i festival europei, si è aggiunta alla formazione la nuova batterista: Aurora Lee. Precisa, elegante e imprevedibile. Anche lei nei Naevus adesso.

Con questa attuale formazione hanno scelto un paio di pezzi tra quelli composti come nuovi Crisis e finalmente hanno inciso due pezzi per il loro esordio su vinile… o meglio il ‘loro’ ritorno su vinile. Da un lato Tony e Clive rappresentano lo spirito del gruppo originale. Quella generazione disillusa dalla politica del Partito Conservatore e dalla Thatcher. Clive è il candidato più adatto per portare avanti quell’energia che la generazione immediatamente successiva al ’77 ha saputo creare. Testimoni di quella carica sonora tipica di quegli anni. Lloyd ed Aurora aggiungono la loro complicità con quel tocco attuale che ha portato i Crisis moderni a suonare e tenere in vita il messaggio dello spirito originale del gruppo.

Le parole del testo di “The Hammer and the Anvil” sul lato A sono principalmente di Tony, con qualche aggiunta di Lloyd e tratta del fatto di come la persona media non abbia reali possibilità di avere una vita dignitosa nel mondo in cui viviamo oggi. Le persone al potere fanno in modo che le possibilità siano sempre a sfavore di quelle meno fortunate. Sulla copertina del sette pollici per i credits del lato A purtroppo c’è stato un errore di stampa per cui il layer del testo relativo all’intero lato è andato “perduto” nella bozza finale. I testi sono di Wakeford/James. La musica è di Wakeford/Giblin/James/Olejar. Le parole del testo di “Dead on the shelf” sul lato B sono di Lloyd James. È uno studio del personaggio di qualcuno che si è impegnato ciecamente per una causa ma come conseguenza ha consumato la sua vita, le sue relazioni e, in definitiva, il suo personaggio.

La musica? Beh, anche se preferisco lasciare a voi ascoltarla sulla pagina Bandcamp della Relax-O-Matic Vibrator Records per cui il vinile è uscito (numero di catalogo RELAX17), provo a descriverla a parole. Il lato A è caratterizzato da un punk abrasivo dalle forti tinte post-punk e indie. Il loro. Quel marchio di fabbrica che li accompagna da sempre. Gli echi metallici della chitarra e il cantato declamato con quei ritornelli da cantare in coro mentre salti sotto al palco da una parte all’altra assieme a deathrockers, post-punkers di vecchia data, novelli punks e skins per la gioia dei nero vestiti leggermente dietro… ma non sempre. Sul lato B gli echi metallici si fanno più taglienti. E inaspettatamente si ricrea quella carica sonora tipica dei gruppi post-Crass che una produzione decisamente attenta ha saputo aggiungere e valorizzare diversificando il lavoro da tutto quello che altrimenti sarebbe stato un altro disco punk rock. Questo disco non lo è. Semmai è la somma di tutto quello che è venuto dopo. Spero presto di riconoscere i pezzi che ho imparato a canticchiare ai concerti in un prossimo EP. E questo è il miglior augurio che posso fare al gruppo.

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