Der Himmel Über Berlin: Chinese voodoo dolls

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Un disco andrebbe recensito lasciando trascorrere almeno un anno dalla sua pubblicazione. Praticamente impossibile, che scherziamo? Oggidì è già ottenere un risultato se qualcuno lo nota subito, essendo “saltati” tutti i canali tradizionali che portavano a conoscenza del pubblico un tale evento. Indi darsi immediata visibilità diventa necessità più che virtù. Eppure bisognerebbe lasciare che le emozioni si depositino, che la ragione individui i contenuti atti a pesarne il valore complessivo, ovvero di un brano piuttosto che di un altro. Meglio sarebbe poi confrontarlo con il suo successore e stabilire un raffronto, determinarne il grado di apprezzamento o meno conseguito.

Analizzando la discografia dei DHüB ritengo occupi una posizione focale “Emesys”. Un miniCD di cinque pezzi, un formato essenziale che esclude pause o riempitivi, a meno che non trattasi di disco di remix, di versioni alternative (ed infestanti…). “Emesys” perfeziona nei contenuti “Shadowdancers” ed anticipa quelli di “Amnesia”, è costituito da uno scheletro solido, un’infilata di classici anthem della band. Dal primo all’ultimo episodio, un’esplorazione profonda dell’oscurità rock. “Amnesia” nasceva già con un fardello pesante da portare, quello della conferma, e ricuperava e portava a compimento alcune idee già abbozzate; un album di “passaggio” nell’attesa di un nuovo slancio creativo.

Non mi ripeterò circa il carattere (artistico) di ogni uno dei componenti il quartetto. Un complesso solido che trae vigore proprio dalle diversità (di estrazione, di gusti, di bagaglio tecnico) dei suoi singoli componenti. Non una semplice somma di parti. I DHüB sono un gruppo, una band.

Anno 2019: Chinese voodoo dolls. Titolo magnifico evocante i fasti barocchi di New York Dolls e del Thunders di “L.A.M.F.”. Sul crinale del baratro, in bilico tra salvezza e caduta. Chinese. Voodoo. Dolls. Tre parole, una ad una e tutte insieme.

Chinese voodoo dolls riannoda il passato al presente. Riprende quell’epica goth a me tanto cara. Iscrive nel corpus narrativo dei DHüB un nuovo, importante, forse decisivo capitolo. E’ breve, sette brani (più uno che conta meno di cinquanta secondi), mezz’ora e poco più di musica. E’ furioso, veloce, interpretato con foga, tutto d’un fiato. Rappresenta la quintessenza del dark/death rock, chitarra in primo piano, sezione ritmica spedita, canto veemente. L’impatto lo rende spigoloso, essenziale, sobrio in superficie. La produzione gli dona solennità, evidenzia la grandiosità che pur possiede (analogie col procedimento caro a Steve Lillywhite, i primi tre degli U2 e non solo); quando rallenta mostra il suo animo più introverso (“Sister paranoia”), voci emergono dal buio pece, l’ambientazione si arricchisce di elementi orrorifici. Ma quando la velocità aumenta fino al parossismo, Chinese voodoo dolls esacerba l’irruenza punk che è una delle anime dell’insieme, la più tenace. Nessuna pietà.

Chinese voodoo dolls si apre con una traccia classicamente death-rock, “Blind empire”, grande prova corale per “la” canzone che chiedi loro; il filo che lega il nuovo alla produzione precedente, le carte che si scoprono. Si chiude con “Too many voices”, più riflessiva, l’altra faccia della medesima medaglia. I suoni si fanno più curati, la batteria guida sicura lungo tutta la sua durata, accompagnata dal basso che si ritaglia una porzione importante; la chitarra ricama arabeschi finissimi, la voce pare allontanarsi, tenersi in disparte, osservare. Eppoi irrompono le tastiere, tutto si fa più caldo, pastoso. Si giunge alla fine senza nemmeno accorgersene, fra voci pre-registrate che insinuano un sentimento di alienazione. Lo stesso che provi sovente, scorrendo la tracklist. Non è di facile fruizione, Chinese voodoo dolls, tutt’altro, a tratti mostra tutta la sua cattiveria, in altri si attorciglia su sé stesso, si ripiega, quasi non volesse confessare, esporre alla luce le proprie viscere. “Totentanz” e “Salvation” sono accomunate dalla struttura collaudata, sono episodi ove i DHüB giocano sul sicuro. La seconda rivela un coro muliebre che rimanda ai The Sisters of Mercy periodo-“Floodland”. E’ il gothic-rock chitarristico, quello che sta vivendo una seconda Rinascita che i nostri hanno in un certo senso anticipato, rimanendo semplicemente fedeli a sé stessi. “Fog machine” si lega a “Revenge”, nella prima (una scheggia) è la chitarra ad entrare appropriandosi di uno stile evocante ancora The Sisters/The Mission, la seconda si trasforma in una cavalcata imponente, una carica strumentale corrusca, tutti insieme l’uno accanto all’altro, mentre il canto esprime disillusione. Un contrasto attenuato da una frase lineare di basso che pare voler raccogliere le tessere che compongono l’enigma. I due episodi che precedono “Too many voices” tengono fede al loro titolo: “Sister paranoia” è lo sfogo di un maniaco, muta repentemente d’umore, inquieta, tutto può accadere, certo nulla di rassicurante. “Dead bodies” è spietata, al limite della violenza, anche se i toni non vengono mai esasperati. Interiormente cela una malvagità che vuole prorompere, esplodere in un vortice di frammenti di tessuti.

Dissolutezza. Depravazione. Lascivia goth-glam. Chinese. Voodoo. Dolls. Capitolo chiuso.

C’è un prezzo da pagare. La fatica. I sacrifici. Provare, suonare, provare ed ancora suonare. Bruciare energie, fisiche e sopra tutto mentali. Con una vita da vivere. Dischi pubblicati con regolarità impressionante, eppoi magari ti chiedi perché. Per chi? Per te, certo, ma fino a che punto può bastare? Cosa rimane, terminato l’ascolto di Chinese voodoo dolls? E’ “semplicemente” una nuova raccolta di canzoni? Destinata a durare quanto? Rivolta a chi? Raramente mi sono trovato a “chiudere” attanagliato da questi dubbi. Non è la prima volta, ma… è diverso, questa volta è diverso, è tutto più… complicato. Non vorrei che andasse disperso, e con esso l’impegno profuso per crearlo, modellarlo, perfezionarlo. In Chinese voodoo dolls è evidente che c’è tanto dei suoi Autori. Al punto di sembrare autobiografico. E’ quel finale, di “Too many voices”, quel suo prendere commiato lentamente, l’uscita di scena uno ad uno, che suscita in me un impulso di mestizia. Anche questa Fine ci condurrà ad un nuovo Inizio?

 

Appendice.

La domanda che mi pongo è: riusciranno i DHüB ad evolvere ancora? Il “genere” di appartenenza è refrattario al cambiamento (ed io ammetto di appartenere alla schiera dei “conservatori”), se non a parziali variazioni ad una formula consolidata. I modelli sono quelli: The Sisters of Mercy, The Mission, Fields of the Nephilim, per l’ala “americana” Christian Death. Ambito propriamente goth/death rock, sia chiaro. Poi possiamo aggiungere altre fonti di ispirazioni, che siano i Bauhaus od i Banshees poco cambia. Però ognuno scava un suo solco, trova una propria strada. Anche deviando di poco. I Der Himmel über Berlin possiedono un loro stile. Un’espressione riconoscibile. “Salvation” ne è un esempio. E’ un loro “classico”, possiede tutti gli elementi che, armonizzati, contribuiscono a creare il “loro” suono. E non per nulla ho utilizzato “armonizzare”. Sono quattro caratteri distinti, forti, sia come persone che, inevitabilmente, come musicisti. Non sempre la somma di fattori diversi porta ad un risultato soddisfacente, essi in questi anni hanno trovato evidentemente il giusto punto di equilibrio. Un’armonia, fors’anche precaria. Sono migliorati, senza apportare stravolgimenti han continuato a produrre musica, dischi, ad un ritmo (anche “live”) che pochi come loro hanno mantenuto. Tenendosi ben al di sopra della “soglia minima di sopravvivenza”. Cercando e trovando nuovi stimoli, senza cedere all’abitudine. Sarà così anche in futuro?

 

 

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