(EchO): Below the cover of clouds

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Disco che esplora il centro di quella galassia doom che per gli (EchO) ha rappresentato un riferimento importante. Ma le atmosfere di Below the cover of clouds si fanno più dilatate, le composizioni assumono contorni meno definiti, sfocati ai bordi, pur mantenendo intatto l’approccio maestoso e drammatico che rappresenta ancora l’elemento guida dei sette episodi che lo costituiscono, fra i quali spicca “Culmine 2:18”, prima traccia strumentale in assoluto a venir proposta dal quintetto, qui evocante scenari post/dreamy, una sorta di marcia solenne tra le rovine di templi eretti da creature Antichissime. La malinconia di “The burden”, ecco a cosa mi riferivo in apertura, ricupera le ambientazioni care a Porcupine Tree, Opeth, Pain of Salvation elaborandole ed inglobandole in una visione personale di composizione. Crepuscoli shoegaze, un’idea di musica interiorizzata, un suono che si stratifica, capitalizzando una dozzina d’anni d’esperienza. E quando irrompe “The ferryman” il quadro si fa ancor più nitido. Gli (EchO) sentono l’esigenza di esplorare e la fanno propria con decisione, edificando un suono fedele sì alla tradizione, ma ad esso non più legato da vincoli strettissimi di rispetto. Below the cover of clouds è il disco che attendevamo, perché si apre ad una prospettiva interessante. Post-doom.

 

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