“Joker” di Todd Phillips

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Quando ti imbatti in un film come “Joker” per prima cosa provi gratitudine: verso il regista (Todd Phillips, che è co-sceneggiatore), il direttore della fotografia e, soprattutto, verso l’interprete principale, un Joaquin Phoenix i cui primi piani rimarranno a lungo nella mente dello spettatore, così come il suo corpo scarno e quella danza commovente e terribile, che segna l’irrompere dell’essere attraverso le movenze sinuose della follia.

“Joker” non è un cinecomic, anzi, chiude il genere e, dopo tanto inutile ciarpame cinematografico – esulti – ecco finalmente un’opera che può rivendicare a buon diritto il proprio posto nella storia del cinema, accanto a “Freaks”, “Taxi driver”, “Arancia Meccanica” et similia. Insomma, un film nel quale la violenza agita e patita serve a un discorso molto più complesso intorno all’essere umano e alla società.

Sarà per questo che negli USA, grande paese dalla doppia faccia e morale, al quale non cessiamo di ispirarci, il film ha scatenato un putiferio, con tanto di strombazzamenti su un possibile “effetto emulazione” e polizia presente alle proiezioni?

Di sicuro, passata l’euforia da capolavoro, dopo la gratitudine si è preda non tanto di un desiderio di rivolta, quanto di un sentimento più vicino alla paura.

E no, non si tratta della paura legata alle scene di violenza (mai gratuite nel film, semplicemente necessarie) ma di quella che si prova davanti a un disvelamento, quando hai visto qualcosa che “forse” non dovevi vedere, quando la maschera si incrina, perde qualche pezzo e sorge il sospetto che non sia più possibile ricomporla e nascondervisi dietro.

C’è poco da fare, che tu lo voglia o no, Arthur Fleck non è un personaggio dei fumetti, è un uomo in carne (poca) e ossa (molte e ben evidenti) che nel trovare sé stesso assomiglia così tanto a quell’uomo sulla croce, venuto per salvarci, da farti sobbalzare sulla poltrona (quando lo riconosci) e portarti a pensare che, allo specchio, il titolo del film sarebbe potuto essere “Jesus”.

Non fosse che nella vita “da commedia” di Arthur il fattore umano è molto più pesante rispetto a quello divino: il potentissimo “presunto” padre è sì un dio, ma del denaro, la madre è una povera ex-ragazza del popolo con disturbi mentali e l’erede “legittimo” del paradiso dei Wayne, il piccolo Bruce, è un bambino solitario, strano, che non sorride mai.

Un bambino che, come sappiamo, si trasformerà in un uomo-pipistrello investito dalla “sacra” missione di combattere il crimine ma che, in fondo, tenterà di vendicarsi (anche lui molto umanamente) di un orribile assassinio, il cui movente e artefice non sono per nulla scontati.

Rispetto a Batman diremmo, allora, che “Joker” è una sorta di prequel: l’antefatto visto dalla parte del cattivo, di colui che sarà (nei fumetti e al cinema) un acerrimo nemico di Bruce Wayne… Ebbene, non è così. Anzi, seguendo il suggerimento che pare trasparire dalla scelta di Phillips di “invertire i poli” narrativi e interpretativi, in questo caso salta fuori che è la storia di Batman a essere un sequel di quella di Arthur Fleck, alias Joker.

Come Bruce, anche Arthur è solo, ma, a differenza del piccolo e serioso Batman, è condannato a sorridere; nella sua tragica esistenza l’unica compagna davvero sempre presente è la follia. Follia che diventa una risorsa, un’arma disperata di riscossa, quando l’uomo valica il proprio limite, lo stesso limite superato da tanti altri come lui: gli emarginati, i poveri, i diseredati (di Gotham City, nel film) e cioè i milioni di persone che cercano quotidianamente di sopravvivere in un sistema disumano, che non li vede, non li ascolta e finge di aiutarli.

Quanto dolore può sopportare un essere umano? Quante umiliazioni? Quanta solitudine? Sono queste le domande che hai in mente durante tutta la prima parte del film e che ti fanno attendere il momento della svolta.

Svolta che arriva, puntuale, con la metamorfosi di Arthur in Joker attraverso un atto di pura e semplice ribellione e la successiva presa di coscienza di non voler più essere un agnello votato al sacrificio, ma un lupo fra i lupi.

La stessa presa di coscienza della gente di Gotham, che indossa maschere da clown e mette a ferro e fuoco la città, inneggiando alla “caccia al ricco”.

Una presa di coscienza anche più ampia, a ben vedere, alla quale si presta, grazie al suo potere camaleontico, questo meraviglioso e terrificante “trickster” (spirito burlone) e che riguarda la vita in sé, la tua vita, quella di tutti, con la sua tragedia che può diventar commedia e che, alla fine, ti fa cantare: That’s life!

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