Plateau Sigma: Symbols - The sleeping harmony of the world below

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I Thergothon portarono il doom al limite estremo della dilatazione, approdando ad una esposizione statica del genere. Una visione radicale, al punto perentoria che essi stessi non riuscirono a sopravviverne, ma che trovò e tuttora trova massimi esempi di riconoscimento, di identificazione. Giunti al terzo disco, quarto se si considera l’ep d’esordio del 2013 “White wings of nightmares”, i Plateau Sigma danno alle stampe la loro opera più magura e significativa. E varia nei contenuti, appropriandosi delle formule thergothoniane ma inserendo nel tessuto sonoro degli otto brani che compongono Symbols – The sleeping harmony of the world below elementi di diversa estrazione, anche se appartenenti al corpo narrativo classico del doom. Il cantilenare alieno di “Ouija and the qvantvm” (Alice in Chains docet), l’incedere pachidermico “She kept the sacred fire, still”, novelli Randolph Carter assisi su un rilievo ai margini dello sconfinato Leng, cercando collo sguardo indizi che possano condurci all’agognata meta, Kadath. Ovvero “A parody of Medea”, prossima alle concezioni compositive elaborate dai Novembre. Symbols – The sleeping harmony of the world below e la sua varietà dei suoi contenuti vanno approcciati con grande attenzione: il rischio di perdersi nei rivoli nei quali si rifrange è concreto, smarrire per strada un tassello potrebbe comprometterne la piena comprensione. E’ un disco affascinante che offre delle chiavi di lettura molteplici, per quanto nulla contenga di rivoluzionario. “To Mnemosine’s bittersweet fruit” (l’attenzione ai titoli è da tenere in considerazione) concede un attimo di pausa irreale, prima di approdare alla possente “The moon made flesh”, la cui struttura acquisisce un’insospettabile agilità; parti di un disegno complessivo dalle vedute ampie che si chiude con “The child and the presence” ove fa la sua comparsa una vena epica enfatizzata dal canto. In meno di dieci anni di attività, i Plateau Sigma si sono appropriati di uno stile espositivo proprio, pur rimanendo fedeli a formule chiare e note. Hanno incorporato elementi new-wave, shoegaze, fondendoli in un unico corpo con il doom più autarchico, più evocativo. Un’operazione che si è risolta grazie a competenze e dedizione. 

La produzione di Symbols – The sleeping harmony of the world below  è stata curata da Francesco Genduso, alla consolle pure per l’ultimo (EchO), il mastering da Magnus Lindberg dei Cult of Luna. 

Manuel Vicari – voce, chitarra; Francesco Genduso – voce, chitarra; Maurizio Avena – basso; Nino Zuppardo – batteria 

 

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