Silvertomb: Edge of existence

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Il patrimonio artistico trasmesso dai Type 0 Negative non s’è disperso. Certo, Peter Steele è insostituibile quanto a carisma e portata della sua produzione, c’è però chi, per fortuna, ne ha raccolto il ponderoso lascito. Se Sal Abruscato ha istituito A Pale Horse Named Death (recente il loro sette pollici “Uncovered”, il quale auspico anticipi un lavoro più esteso), nominati non a caso “Brooklin’s lords of Doom”, ora è il turno di Kenny Hickey (voce e chitarra) di allestire un complesso che, traendo forza ed ispirazione dai T0N, reiteri il loro mortifero linguaggio sonoro. Di tutto rispetto la line-up, che con APHND condivide un altro ex-Type, il batterista Johnny Kelly (transitato anche nei Danzig, nome che ha un suo peso nel c.v. di ogni musicista di questo “settore”); in formazione anche un vecchio sodale di Kenny, Hank Hell (entrambi militarono nei Seventh Void), un autentico veterano della scena h.c. di NYC qual è Joseph James (Agnostic Front ed Inhuman) alla chitarra ed il polistrumentista (Awaken the Shadow ed Empyrean) Aaron Joos (tastiere, chitarre e cori). Edge of existence è un disco che non va ascritto tourt-court al filone del doom tradizionale. Il vocione lamentoso di Hikey è vagamente “osbourniano”, sulle porzioni chitarristiche incombe l’ombra dei Sabbath, l’insidiosa trappola del plagio viene comunque agevolmente evitata. Spicca la componente psichedelica, non a caso citano i Pink Floyd quale primaria (ma non unica) fonte di ispirazione, il loro suono è però calato in una dimensione “metropolitana”, è nervoso, sofferente, poco incline al compromesso melodico. Eppure mai risulta ostico all’ascolto, ne è valido esempio la sconvolta intro “Insomnia/Sunrise”, devastata da un senso di malessere quanto mai reale; “So true” si ricollega al gruppo di provenienza, risolvendosi dopo una intro pianistica in un furibondo assalto punk/h.c.. Matrice irrinunciabile, sulla genesi dei Silvertomb ha influito non poco la dipartita di Steele, come ammesso dallo stesso fondatore, pur essendo ormai trascorsi quasi dieci anni l’evento ha amplificato non poco i problemi personali che stava (sta?) affrontando (“Not your savior”, il singolo “Right of passage/Crossing over”). Quando il ritmo rallenta vistosamente il suono si appesantisce, Edge of existence pare riprendere il song-book dei Count Raven, opportunamente “sporcati” dall’approccio incompromesso di James, il quale certo non rinnega il suo passato (“One of you”). Fattore da non trascurare: sono americani, e per loro la tradizione “pesa”, ecco allora i Blue Oyster Cult inserirsi nella struttura dell’altrimenti monolitica “Eulogy/Requiem”, graziata da un organo sacrale che ne amplifica l’effetto, mentre potrebbe venir catalogata sotto la voce southern-doom “Waiting”, se non fosse stata scritta tra i palazzoni di Nuova York.

Veterans of psych(edelic-doom) wars.

 

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