The Ðevil & The Uñiverse: :Endgame 69:

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Già il semplice fatto che il moniker da loro scelto faccia riferimento ai tarocchi di Aleister Crowley ci fa comprendere le preferenze e il substrato culturale dei viennesi The Ðevil & The Uñiverse che, quest’anno, hanno pubblicato :Endgame 69:, il loro quinto full length. Avevamo, del resto, messo chiaramente in rilievo la connotazione rituale ed esoterica della musica del combo ai tempi del precedente Folk Horror: l’elemento è manifestamente presente anche in :Endgame 69:, in cui la tematica è comunque la fine della cultura hippie, connessa con i noti avvenimenti verificatisi al festival rock di Altamont in California. Di quegli eventi i nostri forniscono una lettura originale, a tinte cupe e angosciose, e la riflettono nelle tracce dell’album, attingendo, oltre che ai loro abituali interessi, anche alle tradizioni dell’epoca: nella musica, per esempio, è utilizzata maggiormente la chitarra o sono inseriti strumenti orientali come il sitar che, notoriamente, hanno fatto parte del ‘bagaglio’ di quei tempi. :Endgame 69: che, come molta della produzione del gruppo, è principalmente strumentale, contiene dunque una tale varietà di spunti da poter essere considerato un amalgama ricco e stimolante. Si comincia con il clima psichedelico e visionario di “Orange Sunshine”, una combinazione sonora di grande fascino, scandita da una significativa ritmica tribale. Subito dopo, “Turn Of, Turn Out, Drop Out” ci trasferisce in un arcaico scenario a colori etnici, mentre “Dream Machine I” evoca immagini inquietanti e sinistre, arcane più che arcaiche; “Altamont Apocalypse”, in cui compare anche una parte vocale dalle ‘selvagge’ tonalità, sa ben rendere la catastrofe grazie a ritmi più incalzanti e a sonorità, appunto, ‘apocalittiche’. In “Spahn Ranch”, l’atmosfera non è affatto più distesa poichè si allude al ranch dove visse la ‘famiglia’ Manson, ma è la seguente “1969”, cover di un celebre brano degli Stooges, che chiarisce quanto la ‘lettura’ che i The Ðevil & The Uñiverse forniscono di quell’epoca storica sia angosciosa e deformante: da apprezzare qui il contributo vocale di Medina Rekic della band ‘White Miles’. Poco dopo, si torna a temi più che dolorosi con “Satanic (Don’t) Panic” dal sapore vagamente ‘industriale’ e “Kali’s Tongue” ripropone suoni etnico/rituali arricchiti dal canto della brava Christina Lessiak. :Endgame 69: si conclude con la tetra “Revelation 69” in cui è molto percepibile l’elemento orientaleggiante cui si accennava: una chiusura davvero straordinaria per un disco che consiglio vivamente.

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