Crest Of Darkness: The God of flesh

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Riportare il black metal alla sua concezione primordiale. Alla tradizione. Che è un elemento importante, imprescindibile. Ma The God of flesh non si limita alla calligrafia. La velocità, certo, la furia belluina, pure. L’odio manifesto, rovesciato addosso all’ascoltatore. Ma non c’è passaggio di The God of flesh che dia l’impressione che Ingar Amlien abbia perso il controllo della sua creatura. E’ questa la prova più impegnativa che i Crest of Darkness superano. Una formazione di veterani che comprende, oltre al band leader, i fidi Rebo alle chitarre e l’ex-Pale Forest Bernhard alla batteria, e che si avvale del fondamentale apporto dell’ospite Kristian Wentzel alle tastiere. Un insieme compatto, una falange black. Perché l’improvvisazione appartiene al passato remoto del genere, ed ecco che l’introduzione ad “Endless night” crea atmosfera, prepara il terreno all’ingresso tumultuante delle chitarre. Una cavalcata epica, un cadenzato mortifero. Brano maturo, uno dei migliori mai composti da Amlien. Nulla di innovativo, ma non è questo che si chiede ad una canzone dei CoD. Nel finale il suono si fa più rarefatto; indizi importanti per il futuro? “The spawn of Seth” è palestra per esercitare i muscoli ed il talento dello skin-beater Bernhard, il sound è compatto, la velocità controllata, il risultato eccellente: black quadrato, violento, agghiacciante (le keys acuiscono la sensazione di incombente pericolo che aleggia sinistra). Esattamente al centro della tracklist, i CoD collocano la breve, dilaniante ed orrorifica “Forgotten”: non v’è speranza, né calore nei suoi due minuti e mezzo. Solo desolazione, dolore, paura. “Euthanasia” spalanca le porte dell’Inferno. E’ l’a-solo finale, quello che fa da ponte fra questo brano ed il successivo, “Blood”. La mutazione nel segno della continuità. Un suono colossale s’appropria di The God of flesh, sul campo di battaglia fa ingresso la cavalleria catafratta, il doom di “Godless evil eyes ci consegna al manifesto di “Salvation in Hell”. Il ritorno alla genesi. La salvezza evocata dal titolo è ovviamente illusoria. I Crest of Darkness non conoscono il significato di misericordia. Meglio così. 

Eccellenti artwork e produzione, disco tra i “top” dell’anno. 

 

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