Depeche Mode: Spirits in the Forest di Anton Corbijn

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Depeche Mode patrimonio dell’umanità: questo il messaggio che Anton Corbijn, fotografo e regista che di musica se ne intende parecchio, sembra volerci offrire con la sua nuova opera, Depeche Mode: Spirits in the Forest… di certo non il solito film su un gruppo musicale. Corbijn si è occupato, in passato, di molte band, ed è ricordato, soprattutto, per aver raccontato, in una pellicola divenuta un piccolo culto, Control, parte della triste parabola dei Joy Division e della vita del loro indimenticato frontman. Dopo qualche incursione nel mainstream, Corbijn è di recente tornato a dedicarsi a quello che, probabilmente, è il suo più grande amore, affrontando, stavolta, una storia che ci riserva un finale più positivo: dei Depeche Mode, in verità, non si vorrebbe mai conoscere un ‘finale’… La collaborazione fra loro e il regista dura ormai da tantissimi anni, e sua è la creazione dei più famosi videoclip: spesso Corbjin si è espresso in modo lusinghiero nei confronti dei Depeche Mode, definendoli uno dei maggiori gruppi della nostra epoca. Depeche Mode: Spirits in the Forest non è il documentario di un concerto nè un videoclip, bensì un film, con una vicenda che viene narrata da personaggi: al centro non vi sono i membri della band che, per una volta, rappresentano, più che altro, uno sfondo, ma figure reali che si propongono al pubblico con la loro vera storia. Eppure questa pellicola può essere considerata uno degli omaggi più grandi che siano mai stati resi a una rockband.
In molti avremo letto le notizie circa la genesi dell’opera: a scopo promozionale, i Depeche Mode avevano annunciato, tempo fa, una sorta di contest fra i numerosissimi fan; sei di loro sono stati poi selezionati da Corbijn per essere i protagonisti di Spirits of the Forest. La scelta si è basata, presumibilmente, soltanto sull’interesse che la vicenda di costoro poteva rivestire ai fini di un copione cinematografico; va da sè che la band – attraverso la sua musica – ha instaurato con ciascuno dei personaggi, una relazione assai speciale, poichè li ha, per così dire, ‘accompagnati’ dall’inizio della carriera divenendo, in breve, una parte sostanziale della loro esistenza. Si tratta di un pensiero semplice che, comunque, pone al centro un tema sul quale tutti quanti avremmo tanto da dire, ovvero il ruolo che la musica ha nella vita vera, in parole povere… una vita come la nostra.
Senza voler disquisire su questioni filosofiche, l’idea di Corbjin è intelligente e di presa immediata: Dicken è di Bogotà, Indra vive in Mongolia, Christian viene dalla Romania e Liz dagli Stati Uniti, mentre Carine e Daniel provengono, rispettivamente, dalla Francia e dal Brasile. La passione per la musica dei Depeche Mode è l’elemento che li accomuna tutti. A qualcuno la situazione ha ricordato Sense8 e forse vi si può trovare un’analogia sottile: per chi ama la musica, infatti, questa diviene componente fondamentale, presenza costante, sottofondo irrinunciabile di eventi, storie, occasioni reali o mancate. L’amore per una band può costituire un legame più o meno sotterraneo, la condivisione di emozioni collettive amplifica la loro potenza e crea relazioni altrimenti non immaginabili: la musica dei Depeche Mode è caratterizzata da questa qualità quasi magica perchè si è ‘insinuata’ nella vita di tanti, affiancandoli nel corso degli anni e divenendo un intimo riferimento, una ‘compagnia’ fedele, portatrice di belle sensazioni. Chiunque abbia seguito il gruppo dagli albori fino ad oggi si è sentito, nel tempo, sempre più parte di una comunità coesa di cui la sua musica ha scandito i ritmi e il ciclo vitale: Carine, per esempio, che, per un brutto incidente automobilistico ha sofferto la perdita totale della memoria, nel deserto dei ricordi svaniti ha ritrovato, all’inizio, solo ed esclusivamente i pezzi dei Depeche Mode; Dicken che, dopo il fallimento del suo matrimonio, ha dovuro separarsi anche dai figli, ha recuperato con loro un nuovo, durevole rapporto affettivo suonando insieme le canzoni più significative dei Depeche Mode. Non si può negare che questa capacità di aggregazione sia propria di tutta cla musica e non soltanto di quella di una band; sta di fatto che l’identificazione con i sei protagonisti di Spirits in the Forest e le loro vicende avviene spontaneamente e i sentimenti che la musica dei Depeche Mode ha suscitato sono familiari a ogni fan, soprattutto se abbia avuto la fortuna di assistere ad un’esibizione live. I Depeche Mode, più che artisti, sono qui diventati una filosofia, un’estetica e un riferimento personale.
I nostri ‘eroi’ si ritrovano alla fine alla Waldbühne di Berlino, davanti al mitico concerto conclusivo del ‘Global Spirit Tour’: per la grandezza e la spettacolarità delle immagini possiamo solo elogiare Corbijn e l’efficacia della sua regia, che ci consente di godere dell’evento emozionandoci quasi come chi l’ha vissuto direttamente. Nessun fan dei Depeche Mode dovrebbe rinunciare, dunque, a questo film che – lo si è appreso di recente – viene trasmesso anche da Netflix.

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