Nick Cave & The Bad Seeds: Ghosteen

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È stato giornalmente in ascolto dal momento della sua uscita – annunciata solo nel mese di settembre! – Ghosteen, il nuovo lavoro di Nick Cave & The Bad Seeds e, nonostante questo, non è facile parlarne con disinvoltura: perchè la musica di Nick Cave coinvolge emotivamente come poco altro e se si aggiunge il fascino che il personaggio emana, si comprende quanto anche Ghosteen possa rivelarsi, alla fine, un’esperienza di infinita intensità. Connesso, come il precedente Skeleton Tree, alla tragedia che ha indelebilmente segnato l’esistenza sua e dei suoi, Ghosteen è diviso in due parti, per un totale di undici tracce, in ognuna delle quali aleggia la presenza del figlio perduto: non potrebbe essere altrimenti, del resto, per quanto, rispetto a Skeleton Tree , qui siamo passati dal nero inchiostro a toni più tenui, come se tristezza e dolore fossero oggi inclusi in una sostanza di fondo, di cui la vita – e l’arte! – costantemente si alimentano. Questo mood si riflette sulla musica, cui Warren Ellis, con l’intelligenza e la sintonia che hanno sempre contraddistinto le sue collaborazioni con Cave, ha conferito una dimensione più atmosferica e pochissimo rock, con suggestive tessiture elettroniche e tastiere struggenti, fino a creare scenari densi, mai rabbiosi, che si imprimono nell’anima. Come si è letto un po’ ovunque, Ghosteen è un concept in cui, affiancando la ‘prospettiva’ dei figli (nella prima parte) a quella dei loro genitori (nella seconda), Nick Cave, insieme ai suoi Bad Seeds, cerca di dare un senso alla sofferenza come componente dell’esistenza di ciascuno e, simultaneamente, di ‘pacificare’ il sentimento tumultuoso e disperato che faceva di Skeleton Tree l’emblema di un tormento ineluttabile. Tutto questo senza dimenticare bellezza, eleganza e gusto dello sperimentare, generalmente presenti nella musica dei nostri. Apre con lentezza, come per ammetterci con cautela, “Spinning Song”: suoni elettronici dilatati ma non privi di una loro solennità evocano dall’intimo immagini meno frantumate di quelle che popolavano Skeleton Tree, e anche se la voce sprigiona ancora sofferenza, è già presente quel desiderio di redenzione, quasi di recupero, che pervade l’intero album e culmina qui nell’insolita chiusa in falsetto che stringe alla gola. “Bright Horses” esordisce melodicamente con il pianoforte malinconico ma pieno di attesa che accompagna il brano fino in fondo: malinconia anche nel canto di chi aspetta forse invano – ‘But my baby’s coming home now, on the 5.30 train,,,’ – e nei delicati cori che sembrano alludere al conforto; la disperazione si palesa poi in “Waiting For You”, dove Cave e il piano celebrano il rito inutile della speranza che non può essere esaudita, del dolore che non passa, dell’attesa che non finisce. “Night Raid” concede ora un momento visionario magistralmente orchestrato da Ellis, nel quale canto e coro irrompono ancora una volta per consolare, mentre subito dopo “Sun Forest” introduce l’elemento religioso fra angeli rivolti al sole e celestiale intensità della voce; “Galleon Ship” trasforma la trascendenza in cosmiche armonie. Quindi, se “Ghosteen Speaks” riporta la tenerezza in quella ricerca mai conclusa, “Leviathan” chiude le canzoni dei ‘bambini’ con lente tonalità ‘brucianti’ che ripetono poche parole, sempre le stesse, in un autentico parossismo di pathos. Nella seconda parte, la title track di oltre dodici minuti è concepita con un inizio in forma quasi orchestrale con un clima ingannevolmente disteso, ma, nel successivo sviluppo, la musica si trasfigura in visione dolorosa dove i cori come lamenti circondano il lutto espresso dal canto. Ogni melodia si perde poi in “Fireflies” dove sonorità discordi e rarefatte fanno da sfondo a uno spoken word dai colori lugubri e infine la lunga “Hollywood” offre una conclusione struggente a questo nuovo monumento alla musica innalzato da Nick Cave che, conosciuto l’abisso, mentre anela ad una pace che non verrà mai più, sa creare opere di indicibile bellezza.

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