October Burns Black: Reflections

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Non mostri delusione chi s’attendeva un disco “lungo”, di questi tempi il formato ridotto presenta indubbi vantaggi; poche tracce che condensano idee ed impulsi creativi, attenzione dell’uditorio (e della “critica”) che rimane ben desta. Basti poi riandare al passato, all’infilata di eppì che precedettero “God’s own medicine”, titolo che butto sul tavolo con nonchalance, perché da esso non si può prescindere, quando si solcano i mari, sovente perigliosi, del goth-rock, ecco il precedente che fa quadrare tutto. 

 La formazione registra un cambio nel ruolo di vocalist, non di poco conto: a Ger Egan, che con la sua voce ha caratterizzato le armonie di “Faul line”, succede un altro esperto cantante, Rod Hanna di quei Return To Khaf’ji che, se avete seguito l’evoluzione del gothic britannico, non potete non conoscere. Non di primissimo livello, comunque autori di un paio di lavori piacevoli (sì, confesso, mica è peccato, li possiedo, li ascolto e li trasmetto pure ancor oggi).  

 L’introduttiva “The predator” metterà a dura prova l’animo ingentilito di tutti i cultori del purissimo goth chitarristico; potendo vantare due chitarristi di qualità come Olsson/Kappeler, è un giuoco da ragazzi per la multinazionale OBB suscitare subitaneo, incendiario entusiasmo. Perché di certo il progetto avviato da James Tramel non difetta in quanto a talento, prestate orecchio alla sezione ritmica, Rippin (impegnatissimo fra Grooving in Green, Sensorium, The Eden House, se vostra sorella sta cercando un batterista per il gruppo che suonerà al suo matrimonio, inviategli una mail, per me risponderà “presente”) possiede dei fondamentali che giustificano il proprio c.v., Tramel è naturalmente calato in un ruolo che pare appartenergli da sempre. Per quanto concerne Rod Hanna, questo è il “suo” genere, anche se non si sforza certo di offrire una alternativa (che peraltro non richiediamo) ad uno stile espressivo collaudato. Con la successiva “Dark times ahead” (profetica?) il ritmo scema vistosamente, eccoci al cospetto di una ballatona introversa… Poggia su d’un intreccio strumentale corposo, avvolgente, guidato da un Rippin in stato di grazia e da chitarre che esaltano i tormenti narrati dal vocalist. Più canonica e british “Cast away”, le sue piacevoli melodie la rendono apprezzabile pur in assenza di slanci, la title-track, che chiude il quartetto, rimanda in quanto a mood a “Dark times ahead”, meritando però maggiore considerazione. E’ una canzone magnifica, ridondante, auto-compiacente, ma che emozione! Si scende da cavallo e si procede a piedi, gli stivali accarezzati dall’erica, il profumo della pioggia, l’orizzonte adombrato dai nembi, la nebbia che si condensa sulle mostrine, sugli alamari, la giacca ben allacciata per ripararci dall’umidore. Il riposo dell’Ussaro guerriero. Oggi come trent’anni e più fa. La medesima magia. 

 Gli October Burns Black non possono più contare sull’effetto sorpresa, e sarà da verificare quanto gli impegni di buona quota della line-up incideranno sulla necessaria continuità, Reflections assolve comunque più che onorevolmente al compito affidatogli, garantire a coloro che nel goth-rock “guitar driven” credono ancora. E non siamo in pochi…  

 

Rod Hanna: voce 

James Tramel: basso 

Lars Kappeler/Tommy Olsson: chitarre 

Simon Rippin: batteria 

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