Cold In Berlin: Rituals of surrender

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Bardi del doom. I quattro di Londra affidano alla voce della carismatica Maya queste nove litanie ascrivibili alla sezione più fieramente pura del genere. Quella mistica, ove le parole pesano quanto le note. Il suono (alla produzione si impegna con profitto, per entrambe le parti, Wayne Adams, all’opera fra gli altri anche su “Free the witch” dei Green Lung) asseconda l’impeto del combo britannico: incedere possente, un magma ribollente di dove si levano lapilli sabbathiani senza che questi vadano ad intaccare la struttura di brani intrisi di personalità. Non sono dei novelli iniziati, essendo attivi dal 2010 (Rituals of surrender è il loro quarto albo), oggi però possiamo conferir loro i gradi della maturità, meritandoli essi appieno. Come (e con) gli Avatarium infondono nuova linfa in un corpo che necessità sempre più di sostanza, in “Your body/My Church” Maya si appropria di una vocalità ispirata certamente da Siouxsie, vera Musa di tante giovani cantanti che nei suoi confronti esibiscono una deferenza che va lodata ed apprezzata. Meno intransigenti dei Mansion, e per questo più “condivisibili”, i Cold In Berlin si esibiscono anche in numeri di doom purissimo, come “The tower”, “Monsters” e “Temples”, rafforzando la loro tesi con una “Shadowman” che nei suoi quattro minuti e mezzo aggiorna il manuale del genere alla terza, imminente decade del nuovo millennio. Chiude “Sacred ground”, la più dilatata. Il titolo già rivela la sua essenza. E’ il “senso” istesso del doom. E’ per questo che esiste ancora, che resiste alle mode, ai mutamenti, alle tormente. Come quegli stendardi issati orgogliosamente sui bastioni, mentre la marea degli orcs sta montando. Prece ed inno insieme. Rituals of surrender. Invocazioni doom.

 

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