Doomraiser: The dark side of old Europa

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L’approccio alla materia oscura è assolutamente pertinente, ed i romani lo applicano coscientemente. Il titolo immaginifico lascia presagire un’opera di grandi spessore ed intensità. Il doom elaborato dal quartetto si appropria dei fasti (lontani?) che furono dei Paradise Lost, ma tra le note emergono sfocati riferimenti a Danzig ed al suo peculiare operato. Composizioni arcigne, i Doomraiser, giunti con The dark side of old Europa al quinto albo, sono i oggi tra i più accreditati guardiani del genere, osservano il vuoto che gli si para dinanzi dall’alto dei bastioni che essi stessi hanno contribuito ad erigere, riff dopo riff. La batteria tonitruante scandisce un ritmo epico, mortifero, la chitarra si erge a protagonista di brani dal fascino austero quali “Chimera” e “Tauroctony (the secret cult of Mithras)”, la title-track poi offre un quadro d’assieme sorprendente, fra intarsi spagnoleggianti ed un canto quanto mai ispirato, ai quali offre degno sostegno una sezione ritmica impressionante. Il doom più fiero ed incorrotto esibisce le sue insegne in “Terminal dusk”: trattasi di una traccia esemplare nel suo svolgimento, sposta i confini del genere in avanti, pur rimanendo fedele alla tradizione. Vi sono sì dei riferimenti, saggiamente traggono lezione dai capisaldi del doom (Saint Vitus, My Dying Bride) senza esibire quella deferenza che per altri si è rivelata esiziale. Anni di carriera che vengono messi a buon frutto, per la soddisfazione loro e di chi alle numinose fonti della musica del destino è solito abbeverarsi. Ecco che l’irrinunziabile elemento sacrale veste una piece come “Haxan” di paramenti che riflettono una luce distintiva, caratteristica. Perché i Doomraiser possono osare, essendo assurti al rango dei migliori.  

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