3​+​Dead: 3​+​Dead

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I 3+Dead nascono a seguito dell’incontro tra Roberto Ruggeri, chitarra e sintetizzatori, ideatore del nucleo del progetto, ed Elisa Pambianchi, voce, che collabora anche alla stesura delle melodie oltre che comporre i testi dei brani.

Io e Roberto, il chitarrista, siamo stati presentati da un amico comune nel 2017. Roberto aveva già in mente di mettere su un progetto del genere e aveva abbozzato varie basi (di cui buona parte sono andate poi a finire nel disco) e stava cercando una voce femminile. Io gli ho mandato una registrazione fatta su ‘Angitia’ e a lui è piaciuta molto, per cui abbiamo iniziato a collaborare così.

Alla formazione l’anno successivo si aggiunge Giuseppe Marino al basso, grazie al quale viene completata una prima struttura degli arrangiamenti.

Abbiamo avuto un primo bassista fino a Maggio 2018, ma si è dovuto trasferire per lavoro a Lecce, quindi a Settembre abbiamo iniziato a suonare con Giuseppe. Lui come bassista ha ridefinito la maggior parte delle sue linee e ha dato una bella svolta agli arrangiamenti. I testi sono quasi interamente miei, in alcuni casi invece, come ‘Snake of June’ e ‘The Thing That You Call Love’, ho preso spunto da quello che aveva iniziato a scrivere Roberto.”

L’idea per il nome del gruppo è stata ispirata da un gioco di parole in sala prove alla domanda del fonico di turno su quanti fossero i membri del gruppo. “Tre più uno che non c’è…” (ovvero il batterista, dato che i synth e la drum machine sono parte integrante del setup). Da lì il nome “3 + il morto” in inglese.

Da quel bagaglio di esperienze variegate che li aveva fatti crescere come musicisti, dal punk all’indie del chitarrista e del bassista fino ad abbracciare il calore del jazz e folk (musica etnica e bluegrass) di Elisa, la somma di tutte quelle stesse esperienze è il loro primo cd omonimo. L’esperienza per fare un buon disco c’era tutta… e così è stato.

Per il sottoscritto invece tutto è cominciato la scorsa estate alla festa di un’amica comune, quando da bravi equivalenti in musica di topi da biblioteca e amanti di cose che nonostante qualsiasi etichetta riciclata riescono ancora a sorprenderci, con un amico che figura tra i ringraziamenti neanche a farlo apposta, ci eravamo scambiati i nomi di un paio di gruppi a cavallo tra Post-punk / Shoegaze / Synthpop / Darkwave. E sembra ce ne siano davvero tanti ultimamente e la qualità delle produzioni sembra anche essere salita su di livello. Gli addetti ai lavori per l’equivalente della vecchia carta stampata un po’ meno purtroppo…

Chissà se in redazione ci sarà qualcuno della stessa età che avevamo noi altrettanti anni fa… questi ragazzi hanno la stessa età dei gruppi di quando ci si incontrava ai concerti al Condor o al Macchia Nera, e fa piacere vedere che le cose continuano a muoversi in maniera equivalente.

Tornando alla festa della nostra amica comune, tra i gruppi di cui ci eravamo scambiati i contatti c’erano questi ragazzi di Roma che per un motivo o per l’altro non avevo mai avuto modo di incrociare, i 3+Dead, e che avevano anche caricato i pezzi su una loro pagina Bandcamp proprio in quel periodo, in attesa di trovare un’etichetta disposta a scommettere su di loro.

E un’etichetta sembra l’abbiano trovata quasi subito dopo. La freschezza dei pezzi non poteva fare altro che confermare l’opinione che mi ero fatto appena ascoltati i tre pezzi sopravvissuti a tutti quelli inizialmente disponibili sulla pagina del gruppo per non rovinare troppo la sorpresa nel momento in cui il supporto fisico fosse uscito.

Appena cinque mesi, due interviste (su Radio Città Aperta e Radio Elettrica) e un misprint che ha fatto slittare l’uscita ufficiale di quattro settimane, ecco finalmente pubblicato quell’album di cui ero tornato spesso ad ascoltarne le anteprime su Bandcamp.

Capire poi che alla fine l’etichetta fosse stata la svizzera Swiss Dark Nights con il suo particolare marchio di fabbrica nel dare valore ai giusti particolari, (è presente anche un booklet con i testi, nota di merito per lo scatto del gatto in copertina) è stata un’altra conferma sul coraggio di questa etichetta indipendente che ha deciso di puntare parecchio sulla diversità appena dietro casa, cercando di raccogliere sotto un unico tetto parte delle diverse sfumature della contemporanea scena neogrigia, dentro e fuori da casa ma-non-troppo.

Cominciato a registrare dopo nove mesi di gestazione nella Primavera e finito di missare nel Luglio 2019 da Luciano Lamanna (i Der Noir dovrebbero dire qualcosa ai più) nel suo Subsound studio e che ne ha curato anche il mastering, il primo album omonimo, ufficialmente pubblicato il 22 novembre 2019 dalla Swiss Dark Nights in collaborazione con Icy Cold Records, come da presskit ufficiale della band: “è un viaggio introspettivo che parte dal post-punk anni ’80 degli Asylum Party, sfiora la cupezza dei Lycia e della darkwave, rende omaggio alla Neue Deutsche Welle dei D.A.F. [la loro rivisitazione di Kebabtraume è degna dei migliori dancefloors europei] per approdare infine nelle terre dello shoegaze degli Stone Roses e nel lirismo onirico dei Cocteau Twins.

La stampa alternativa conferma poi la stessa opinione:

Nell’album di debutto dei 3+Dead, le linee tra Dark Wave, Shoegaze e Dream Pop sono sensualmente mescolate” (Artnoir Magazin)

I 3+Dead tirano fuori un lavoro da ascoltare quando serve un suono che infranga la notte e porti con sé qualche scheggia di luce” (Shoegaze Blog)

Per chi la sera ama sedersi sul divano e sentire bella musica sognando ad occhi aperti (o semi-aperti) l’album di debutto di questa band romana è un must.” (Ascension Magazine)

I 3+Dead suonano musica post-punk fusa interamente con lo shoegaze, mentre sfiorano costantemente e discretamente la superficie della darkwave” (WhiteLight/WhiteHeat )

La band ha già avuto modo di condividere lo stesso palco assieme a Winter Severity Index, Miro Sassolini (ex Diaframma) e undertheskin. Senza contare un apparizione ad una ricorrenza la notte di San Martino Martire (Martirio Night) con Noysira e il loro ultimissimo concerto assieme a Grumvalski.

Fa ancora piacere riascoltare certe sonorità tipiche dei gruppi della 4AD della metà degli anni ottanta e realizzare che fanno ancora l’effetto che facevano quando le hai scoperte.

Uno di quei rari album che si fa ascoltare dalla prima all’ultima canzone senza saltare da un pezzo all’altro.

Quelle linee di basso che sembrano parlare con una lingua propria e che si muovono libere sulle atmosfere oniriche delle chitarre. E il tutto che si intreccia assieme alla voce e quelle ritmiche di batteria elettronica azzeccate e minimali che ero riuscito a ritrovare anche nei gruppi della Tess (etichetta americana attiva nella prima metà degli anni novanta) come This Ascension e Autumn. Ma forse siamo in pochi a ricordarlo ed Elisa, Roberto e Giuseppe sono partiti decisamente dopo anche se la Cold Wave più sognante sembra averli accompagnati felicemente durante la stesura dei pezzi.

Quegli ascolti che finiscono per lasciare il segno nelle diverse rielaborazioni delle migliori ispirazioni.

La prima volta che ho avuto l’occasione di vederli dal vivo come in un sogno ad occhi aperti era come se Simon Raymonde e Robin Guthrie fossero sul palco come fantasmi che proprio non volevano saperne di essere dimenticati da chi rimane.

Solo che aprendo gli occhi erano Giuseppe Marino e Roberto Ruggeri. La voce calda di Elisa Pambianchi può essere accostata in alcuni passaggi a quella della timida Elizabeth Fraser nello stile, ma più che altro per le melodie su cui canta “… Love lead us astray… The thing that you call love, the meaning of that all…“. La voce della Frazer è non poi troppo misuratamente lontana dallo stile di Elisa che con i suoi toni più bassi ha decisamente un calore e sfumature proprie alla fine…. ma i fantasmi di Billie Holiday e Marlene Dietrich avrebbero sicuramente potuto fare una piccola comparsa su quel palco…

Ma sono in quei sottili intrecci elettronici e wave di sottofondo che i 3+Dead si fanno apprezzare per la loro originalità, per aver non solo aggiunto di loro a un tipo di sonorità che non è ancora tramontato, ma aver anche aggiunto piccoli capolavori che resteranno nella storia del genere. Riuscire a fare un pezzo tanto bene quanto sono riusciti a farne Cocteau Twins degli anni migliori e compagni è un dono.

Sono in brani come “Snake Of June”, “Shine”, “Ocean Drift” e “Rabbit Hole” (questi ultimi due gli ultimi pezzi composti per il disco) con le loro sottili contaminazioni elettroniche e questo aggiungere nuovi particolari a qualcosa che mi è sempre piaciuto, che riesco ancora a sorprendermi invece di trincerarmi nella scusa del solito déjà-vu.

Questo per le prime quattro tracce che suonano come un tuffo a cielo aperto nelle tipiche atmosfere post 4AD e dream pop.

Le riuscite contaminazioni elettro di “November” e “Kebabtraume”, (personalissima reinterpretazione in stile dancefloor killer di un pezzo dei D.A.F. che il coraggio di qualche Dj prima o poi riuscirà a consegnare ai dancefloor nazionali assieme ai soliti stranoti), aggiungono a quel tipo di sonorità una decisa atmosfera più goth e wave. Sono forse le tracce che mostrano il lato più originale del gruppo. Che sia casuale o voluto il risultato è comunque geniale.

E se le rimanenti tracce sono una più che doverosa e azzeccata aggiunta al genere shoegaze, è in pezzi come “Angitia” (il loro primo pezzo composto ed ispirato ad una divinità dei popoli osco-umbri), “The Thing That You Call Love”, “Ghosts Generator” che lo shogaze e la darkwave dei gruppi inglesi e francesi si fa ascoltare, con quella malinconia che di tanto in tanto mi fa ancora rispolverare uno dei vecchi CD intrappolato in quelle scatole nere messe da parte per fare posto alla musica che continua ad infestare la casa… come fantasmi che proprio non vogliono saperne di essere dimenticati.

8 su 10? Per un ottimo debutto personalmente direi 9 e tre quarti su 10!

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