La rinascita dell’American Gothic (rock)

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American Gothic – Grant Wood – 1930

Premessa: lungi da me qualsiasi pretesa di completismo o peggio presunzione. Questo articolo, se può definirsi tale, espone più o meno organicamente delle considerazioni, personali ed opinabili, a proposito di una sezione del gothic rock non ancora ben definita. Il contemporaneo (o quasi) emergere di più complessi legati ad un suono, ad una appartenenza geografica, anche se di fatto non collegati gli uni agli altri tanto da definire l’insieme una “scena”, mi ha infine incoraggiato a raccogliere una serie di appunti, spunti e recensioni in un costrutto quanto più organico possibile. Con lo scopo di fornire indizi da sviluppare, o suscitare lo spirito di ricerca.

 

Semmai c’è stata una “morte”, e semmai una articolata “scena” è mai esistita. 

Mi piace il goth “guitar-driven”. Sembrava fosse destinato all’estinzione. Fino a pochi anni or sono, una rivista dalla grafica professionale ed accattivante, presente nelle edicole di buona parte d’Italia, destinava al genere uno spazio assai esiguo. Quasi un “dovuto”. In un cantuccio, mentre montava l’ondata elettronica. Ma le atmosfere brumose che hanno ispirato una coorte di band ostinate ed inni decadenti come “Vet for the insane”, mal si adattano a latex ed a frustini, dai… 

 

Un super-gruppo che vanta in formazione un solo membro statunitense. Un nome che però “pesa” eccome. Decisivo l’endorsement di Michele Piccolo, uno che di gothic rock vive, nel senso che vi è letteralmente immerso. Fu lui a convincermi ad ascoltare, finalmente, Fault line degli October Burns Black. Un super gruppo “trans-atlantico” che aveva già suscitato la mia attenzione, ma che non avevo ancora avuto modo di approfondire. E la di cui anima è James Tramel, il bassista dei The Wake di Columbus, Ohio. Dei quali per inciso non è nemmeno un membro fondatore, e coi quali ha suonato solo su di un disco. Il fondamentale “Masked”, pubblicato da Cleopatra Records nell’ottobre del 1993. È lui ad aver unito i colleghi europei sotto una unica insegna, accomunati da una inclinazione evidente per sonorità debitrici di The Sisters of Mercy e, sopra tutto, dei The Mission dei primi tre, eccezionali e fondamentali album. Esibendo un suono che certo li accomuna ai The Wake stessi, ma anche a The Prophetess ed a quei “seguaci” del verbo sisteriano che li accompagnarono, agli inizi degli anni novanta, in una sorta di rievocazione del gothic rock in variante U.S. Un suono rotondo, rifinito, omaggiante nella vocalità sia Eldritch che Hussey, intriso di un romanticismo crepuscolare che ampliava la propria portata ai grandi spazi dell’America. E che incorporava, seppur tenendola sullo sfondo, quell’inclinazione prettamente americana all’approccio radiofonico, all’FM. Risultando pertanto, almeno ai più attenti, fresca e vitale. Una stagione durata un soffio, ed alimentata da pochi.  

First and last and forever. A tribute to The Sisters of Mercy. Ancora Cleopatra Records, l’anno sempre il 1993. The Prophetess, The Shroud (gli Inkubus Sukkubus di Fresno, CA), Wreckage (la prima band di William Faith), The Last Dance, Shamefaces ed Halo fra gli altri. Ancora The Shroud, con Judith e Sunshine Blind su “Towards the sky” della Neue Ästhetik Multimedia del 2000. Quest’ultima vanta in tracklist anche i Faith and the Muse, tutt’ora inarrivabili, anche per gli ultimi, volonterosi epigoni che citeremo in seguito. E che vanno nominati anche e solo per levatura tecnica e per qualità delle pubblicazioni. Ma stiamo divagando, torniamo a noi. Al gothic rock sisteriano. 

A “First and last and always”. Facciamo ancora un passo più indietro, fino a “Body and soul”. 4 giugno 1984. Racchiusa in quei tre minuti e trentaquattro secondi, è l’essenza del gothic rock. Di conseguenza, dell’American Goth (rock). Traccia della quale si occuparono, sulla summenzionata compilation e con discreto risultato, The Last Dance di Orange County, CA.  

Per il taglio che ho voluto dare a questo mio, non prenderò in esame il lascito ponderosissimo dei Christian Death. Voglio stabilire una linea (seppur esile, fors’anche arbitraria) di demarcazione fra death-rock e gothic-rock. La discriminante è proprio nell’uso dello strumento “principe”, la chitarra, nell’acquisizione di uno stile. Le rasoiate secche, ferali di Rikk Agnew hanno dato corso ad una corrente espressiva dal carattere ben definito. Una scuola vera e propria. Militò nei CD una sola breve stagione, che ancora produce frutti. Ben diversa la sua visione da quella di Gunn/Marx, di Hussey/Marx, di Hinkler, di Wright/Yates. Gli intarsi finissimi, le fughe imperiose, le cavalcate notturne. Un sound intriso di epica romantica.  

Gli October Burns Black di americano hanno un solo elemento. Colui che ha dato il via al progetto. Eppoi il suono, grandioso, partendo da “With you” e scorrendo la lista di Fault line si certifica l’adesione incondizionata alla grandeur dei The Mission, che negli U.S.A. poterono gestire un successo riservato a pochi. Se il più recente Reflections non può fare affidamento sull’effetto sorpresa, rimane comunque (al netto del cambio di un elemento imprescindibile quale il vocalist) un ottimo disco (anche questo un ep, formato adattissimo all’epoca che stiamo vivendo, dai tempi sempre più contratti).  

Poi ci sono i gruppi americani. Una serie di puntini fissati sulla mappa del Grande Paese. Non una “scena” organica che presuppone continuità e contiguità. Insiemi che vivono quasi “isolati”, che producono e diffondono la loro musica indipendentemente e tramite bandcamp. Alcuni godono della distribuzione di etichette (europee) volonterose ed attente, permettendosi così una maggiore visibilità. Ma a conti fatti, quella dell’american gothic rock rimane ancora una “faccenda” marginale. Almeno finora. Perché in Virginia… 

I nomi? Eccoli, molti di questi li trovate, con l’imprescindibile corollario di una o più recensioni, su queste stesse pagine.  

Shadowhouse, da Portland, Oregon, la “nuova Seattle”, la città del verde e delle piste ciclabili. E di una congrega di musicisti assai viva (per la felicità degli hipster…). Più inclini al post-punk più lineare, dopo Hand in hand (Manic Depression Records) del 2014 ed il singolo di tre anni dopo, “Conformity/Fall down”, di loro si sono perse le tracce. Una bella voce, un suono più rarefatto, spoglio. Sufficiente a farcene innamorare. 

 

 

 

The Rope, Minneapolis, Minnesota. Città che con la gemella Saint Paul vanta una tradizione culturale di spessore. Lillian dell’anno scorso è uscito per Swiss Dark Nights, ed è opera di valore che conferma le qualità espresse su Waters rising del 2015 e sull’esordio, ancora acerbo, omonimo del 2011. Belle le chitarre di Michael Browning, ben impostato il canto di Jesse Hagon, sezione ritmica (Sam Richardson/basso e Ben Rickel/drums) che ha messo profitto la lezione impartita dalla coppia Adams/Brown. A Minneapolis fanno base anche gli Autumn, più inclini ad atmosfere raccolte, la bella voce di Julie Plante merita l’ascolto, anche se dotato di drum machine il trio non si accoda alla schiera truegoth-rock (anche se spore sisteriane sono presenti negli intrecci di “At summer’s end”).  

 

Ben più insolita la provenienza degli Astari Nite. Miami, Florida. Non facile acconciarsi con abiti scuri e cerone, col caldo della Florida. Ma non confondiamo Miami con South-Miami, quella delle spiagge. La prima non riserva granchè di attraente, ai turisti distratti. Grazie alla Danse Macabre di Bruno Kramm (in patria sono guidati dalla Cleopatra) sono assurti ad una discreta notorietà, aprendo anche per nomi celebri (vecchie glorie…). Midnight conversations mi piace tutt’ora, ascoltate anche Until the end of the moon del 2016, recensito con la grazia e la competenza che la contraddistinguono dalla nostra Nathalie C. Recentissima è la pubblicazione di “Capulet Loves Montague”, brano dichiaratamente ispirato al “Romeo e Giulietta” scespiriano nei confronti del quale il cantante Mychael Ghost (emulo di Marc Almond più che di Eldritch/Hussey) ha mostrato particolare venerazione, e che farà parte dell’imminente album (uscita fissata per primavera/inizio estate via Negative Gain ed ancora Danse Macabre). I più “brit-goth” del lotto (e “commerciali”, come dimostrano la dance-floor oriented “Voices carry” e le tastiere di “The witching hour”), da seguire con attenzione.  

 

Anche per i Rosegarden Funeral Party la provenienza non viene in soccorso dell’outfit, basandosi il trio a Dallas, Texas. Leah Lane, Wil Farrier, Mikka Vanya Brightheart adorano Peter Murphy e Siouxsie, e non lo celano affatto. Assai piacevole il loro recente (novembre 2019) Martyr, il look ben curato corrisponde ad una proposta sonora altrettanto accattivante. Vantano una nutrita serie di live-shows. In carniere anche il mini “The chopping block” del 2018. 

 

The Drowning Season, Baltimora, Maryland. Lo stato del doom! E del gruppo più “tradizionalista”, essendo TDS di Matt Slowikowski, Jason Lee quello più legato a Sisters/Mission e Nephilim (in misura più accentuata questi ultimi). Una discografia incentrata su singoli ed extended, con Devil down the trail of a strange sacrifice (sul quale presenziava anche il chitarrista Timothy Gutierrez) del 2016 già oggetto di nostra analisi che, oltre al titolo chilometrico, sottolineava la buona vena espressiva del trio (completato dall’enigmatico Sideshow che altri non è se non una drum-machine). Di loro non si hanno più notizie (discografiche) dal novembre del 2018, mese che ha visto la pubblicazione su bandcamp dell’ep di tre pezzi Brighter than a thousand suns (dalla copertina “nephiliana”, no Killing Joke-relations). La title-track è commovente nel suo reiterare con pervicacia il verbo diffuso da Wayne Hussey e compagni (prestate attenzione al canto di Slowikowski), mentre la successiva “Eyes of Heaven” rappresenta un eccellente esempio di ballata crepuscolare, degna figlia degli afflati romantici esalati da “Vet for the insane”. 

 

Ed infine lui. Brandon Pybus, dalla Virginia. Sonsombre. Il “nome” sul quale i reduci del goth fanno affidamento per un pronto riscatto del genere. Come Michele Piccolo con il quale condivide sorprendenti affinità espressive (il tono, l’approccio al canto), “vive” nel/per il gothic. La marcia di avvicinamento ha avuto inizio con A funeral for the sun del 2018, esordio che elaborava tracce composte dal 2016, ed è proseguita con The veils of ending del 2019, giugno. Un disco che fece ben sperare, come confermano le undici stazioni che costituiscono la tracklist di One thousand graves, recentissimo vedendo la luce proprio questi giorni (data 21 gennaio 2020), un inizio di decennio formidabile ed ammettiamolo, pure insperato fino a pochi mesi or sono. Trascinato da un numero dal valore eccelso quale “Lights out”, il disco si colloca al pari di “Masked” e dell’omonimo dei The Prophetess, sancendo e consolidando una maturazione che deve ancora raggiungere il suo culmine. Una nuova “Harlot”? Perché no? A suggello, giunge conferma che verrà pubblicato da Cleopatra Records. 

 

L’infaticabile Pybus è coinvolto, con il polistrumentista Michael Louis dei Chronic Twilight, nel progetto Shadow Assembly. Di base a Nashville, Tennessee, il duo è titolare di Ghostcrawl (giugno 2019), ulteriore sfogo delle urgenze creative di Brandon (“Black shadow of me”, “1984”). Una collaborazione che potrebbe condurre a risultati vieppiù interessanti, non una semplice somma di due personalità affini. 

Curioso che il New England non sia rappresentato, almeno per ora, e che invece compaiano Stati quali il Tennessee ed il Texas. O la Florida. Ricordo due goth/punk a San Antonio, col trucco pesante che colava, nel pomeriggio assolato, quando il vento caldo dell’interno taglia la città. O tre ragazzi intenti ad una improvvisata sessione fotografica, in uno dei cimiteri “minori” di New Orleans: il Saint Louis Cemetary 3, visitatelo, evitate il numero 1, l’ingresso è a pagamento e dovrete sorbirvi la guida. Meglio gli altri due, più dimessi, più raccolti, colle erbacce che crescono sui cenotafi e sulle urne. Sovente abbandonate in mezzo ai vialetti. Eppure non desistette, il terzetto, nel suo intento, anche se infine se ne uscirono cogli abiti sciupati assai.   

Indizi, particolari di un quadro ben più composito. Quanti altri insiemi suonano e compongono, ancora nell’ombra, tenendo il santino di Eldritch ben celato nel taccuino, ovvero esponendo ossequiosamente il poster dei Fields of the Nephilim in sala prove? Chissà, l’America è grande, Stiv Bators, che pure vi nacque, disse che lì “anche una rock’n’roll band può perdersi”. Questi sono solo alcuni nomi, alcuni titoli. Materia per approfondimenti (per questo c’è il web, ed in primis la volontà individuale). Poi, magari fra qualche mese, chissà che il presente scritto non necessiti di un aggiornamento. Magari! 

 

 

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