The Murder Capital: When I Have Fears

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Nell’ottica di recuperare, nei limiti del possibile, le uscite dell’anno appena finito che, per una ragione o per l’altra, non hanno trovato posto sulle nostre pagine e nelle nostre classifiche, anche se l’avrebbero meritato, ecco When I Have Fears, l’album di esordio dei The Murder Capital. Si tratta di un gruppo irlandese, che anima di nuova linfa vitale lo stile postpunk, da tempo bisognoso di novità. Impegnati nei contenuti, grintosi quanto basta, i brani dei The Murder Capital sono ‘tosti’ e hanno tinte di alienazione talvolta disperata, rifacendosi all’angoscia metropolitana dai Joy Division in poi ma non disdegnando occasionalmente la carica rabbiosa delle Savages, cui sono stati paragonati. La voce ben poco rassicurante del carismatico James McGovern e il basso abilmente ‘torturato’ da Gabriel Paschal Blake sono un po’ il marchio di fabbrica di questa musica, che dispensa energia e un impeto oscuro quanto sfuggente. Apre “For Everything” con note cupissime che si stemperano in una frenesia fra l’aggressivo e il dark (ma ogni tanto si ‘affaccia’ anche una liquida chitarra wave); la seconda, “More is Less” si allinea con la formula ma la carica di un afflato punk che ne fa un gioiellino di autentica furia, mentre in “Green & Blue”, invece, prende piede un mood di tormentata sofferenza che richiama qui Nick Cave, là Jan Curtis. Poi, le due “Slowdance”, solcate da note laceranti di chitarra e scandite da un basso davvero ‘nevrotico’ rallentano, preferendo un andamento più cadenzato e “On Twisted Ground” si abbandona, infine, ad una malinconia inaspettatamente pacata; “Feeling Fades” recupera la dimensione impetuosa con chitarra irruente e McGovern che declama instancabile. Troviamo quindi uno degli episodi più intensi, “Don’t Cling To Life”, ispirata dalla morte della madre di un componente della band, che abbina alla forza di basso e chitarra l’amarezza di un testo ‘spietato’. La penultima traccia, “How The Streets Adore Me Now” si avvicina ancora una volta al pathos lento e accorato di certi momenti di Nick Cave e, a concludere il disco, “Love, love, love” restituisce un contesto più vivace ma meno drammatico e, forse, un po’ di speranza.

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