Red Mishima: Red Mishima

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Corinne, Sixa, Stephan Tier, Kia e Alty sono i cinque componenti dell’act bolognese Red Mishima, in attività già dal 2011, che pubblica in questi giorni il debut album Red Mishima. La musica dei nostri colpisce al primo ascolto: si tratta di sonorità legate al postpunk del quale vengono esplorati gli aspetti più cupi. Le ritmiche sono tese, scandite da un bellissimo, basso profondo, ma dalla chitarra peculiare di Sixa provengono note a tinte shoegaze e non mancano passaggi malinconici e sognanti che si stagliano su trame sintetiche di classe: tutte le caratteristiche sono abbinate in modo brillante e fanno comprendere quanto questo stile musicale goda ancora, qui da noi, di ottima salute, della quale gruppi come Hapax, Geometric Vision o Be Forest sono da tempo significativi esempi. A giudicare dal primo lavoro, anche i Red Mishima sono destinati a destare attenzione. L’opener, “Oblivion”, conduce a uno degli scenari più oscuri e inquietanti: note elettroniche, basso, chitarra aprono una visione notturna e un po’ sinistra ove domina il fascino di una melodia molto coinvolgente e si percepisce la potenza della voce di Corinne, che qui, tuttavia, non raggiunge ancora il massimo. Anche la seguente “Tomorrow’s Death” va ottimamente di basso e poi la chitarra e il canto di Corinne fanno il resto: i colori si fanno opprimenti e minacciosi fino all’incalzante chiusa… impossibile sfuggire allo spleen; subito dopo, la bella “Marion”, uscita in precedenza come singolo, ci propone la più ‘gotica’ delle atmosfere e “These Shadows Remain”, con l’impareggiabile, sofferta prestazione canora della vocalist, ci sprofonda ulteriormente nelle tenebre, dalle quali non ci ‘salva’ neanche la successiva “Beyond the Mirror”, improntata ad una malinconia senza fine, come anticipano, all’inizio, le note fosche della chitarra. Non provvede, poi, “Seppuku of Love”, a ravvivare il clima, vista la sfumatura funerea dell’esotico riferimento nel titolo e “Vampires” si attiene a canoni ‘gotici’ comunque validi, ancora più espressivi nella seconda parte del brano, divisa dalla prima da una brevissima pausa. L’album termina con il pathos intenso di “Crystal Forest” e l’attitudine sperimentale di “Escape”: quest’ultima conclude con sonorità prevalentemente elettroniche, inattese in quella forma e ancora piuttosto lugubri, e un canto suggestivo, in parte quasi uno spoken word, un disco valido, che preannuncia nuove prospettive nella scena nostrana.

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