Talk To Her: Love Will Come Again

0
Condividi:

Cominciamo dall’etichetta stavolta, la Shyrec, una piccola label indipendente italiana, attiva dal 2004 e con sede a Venezia, che predilige e produce gruppi “post parecchie cose”, dal pop al punk al rock e dal carattere distintamente indie, la cui musica sia in qualche maniera evocativa all’ascoltatore. “La nostra musica, le nostre produzioni, possono anche non piacere. Per noi si tratta solamente di tutto quello che passando attraverso le orecchie, si è poi depositato dentro al cuore“.

Promuovere quello che fai è tanto fondamentale quanto quello che suoni. Sono in pochi ad afferrarlo.

E quello in cui investi torna sempre al cuore. E così è stato.

Ma partiamo da un riassunto delle puntate precedenti (a cura di Stefano Doro -fondatore dell’etichetta- e Andrea Visaggio -voce nel gruppo) per chi si fosse sintonizzato solo adesso.

I Talk To Her sono una band electro-wave-rock (dai forti connotati post-punk) già attiva dalla fine del 2015.

Provenienti da diverse realtà a cavallo tra indie e post-punk moderno (e che purtroppo non hanno lasciato biglietti da visita), dopo un anno dedicato alla composizione dei brani, i Talk To Her suonano in vari club del Nord e Centro Italia e vengono ospitati in prestigiosi festival europei, facendosi notare positivamente in ogni occasione.

Nel 2018 viene pubblicato HOME, un EP di 4 tracce, anticipate dal video del singolo “Zodiac”. Un promettente biglietto da visita anche per l’etichetta, la Shyrec, che trova sin da subito ottimi riscontri tra il pubblico e le riviste e webzine di settore, sia in Italia che in Europa.

L’esperienza di HOME culmina nel 2019 con la partecipazione al ‘Monitor Festival (Minimal Wave & Post Punk Rendez Vous)’ a Leiria, in Portogallo.

Love Will Come Again è l’atteso album di debutto dei Talk To her, un LP di 10 tracce, anticipate dal video del singolo “Ibisco”.

“Ibisco” è un frenetico accelerare del sangue con i suoi ritmi e le sue chitarre pulsanti, che urge la sensazione di combattere e resistere: una sensazione dove il combattimento diventa una danza e la danza diventa combattimento, brillantemente mostrata in un video girato in bianco e nero e rosso, con un protagonista meravigliosamente feroce che usa le sue abilità pugilistiche come metafora politica.

La band descrive “Ibisco” come “il conflitto interiore tra l’individuo e la sofferenza, il dolore generato dalla sua vita in un ambiente privo di amore, che lo aliena e si rivela anche ostile nei suoi confronti. L’amore si rivela quindi come onnicomprensivo, salvezza e tormento: l’individuo può solo intraprendere un lungo conflitto in difesa di questa consapevolezza, alla fine della quale ognuno trova il proprio destino.”

Da sempre l’amore ha le sue regole, totalizzanti, vincolanti, seducenti. Da sempre la sua dittatura ritorna. Per sempre continuerà a tornare.

“Love Will Come Again” è un viaggio che sonda l’amore, osservato come fenomeno di massa, nel quale la poesia del rito lo trasforma in una routine di immagini vuote.

Il racconto drammatico dell’eterno duello tra la fragilità dell’individuo e una società che non vive l’amore, ma da esso si fa dominare.

Un monito sofferto, un grido profondo, una ribellione violenta.

Questa seconda produzione dopo l’ep HOME del 2018, è un disco sulla forza totalizzante dell’amore come esperienza assoluta della vita che può rivelarsi anche la più drammatica: dieci tracce, un decalogo che mira a descriverla come legge suprema che tutto governa e muove.

Un altro viaggio che parte con l’esperienza del viaggio precedente e che comincia con la synth wave della sequenza di arpeggiatore nella prima traccia, “Innocence” (il ricordo della fragilità dell’innocenza). Una melodia al quadrato con quello struggente tappeto di tastiera.

Nella seconda traccia, “Truth”, (la cruda realtà di una relazione che vive nel sospetto), quella chitarra che continua a spiazzarmi con un suo calore blues stavolta, gli echi che si evolvono in una metamorfosi funkeggiante, dal suono carico che muta continuamente per sfociare alla fine in una dimensione che accenna alla disco e all’elettronica. Davvero un ottimo arrangiamento. Uno di quei pezzi da ballare a squarciagola… — I speak the truth.. when I am close to you, when I am close to…—

La terza traccia, l’“antemico” singolo “Ibisco” (l’esperienza del dolore e della sofferenza simbolizzata nella variante rosso acceso del suo fiore) è un pugno allo stomaco. Quella che col suo riff degno dei migliori Neon e Mike Oldfield probabilmente finirà per essere ricordata dalla generazione che verrà e che ha giustamente fatto da singolo apripista per questo nuovo album.

Quell’energia controllata e progressiva negli incastri della sezione ritmica che la faceva da padrona alla fine degli anni settanta e che ritorna prepotente nell’incalzare e l’intercede della batteria. Un riff ipnotico che non lascia prigionieri. Una catarsi ponderata. Riuscire ancora a scegliere se andarsene o restare. 

Nella quarta traccia, “Hollow” (l’oscuro silenzio dello smarrirsi nell’attesa), un suono di basso potente e saturato che torna ipnotico e minaccioso sulle sue stesse note mentre si accosta alle melodie che si ripetono e poi si evolvono tra suggestioni “gothiche”, funky ed “electroniche” in una progressione ritmica magistrale. “Progressive dark disco” al suo meglio, come solo qualche vecchio gruppo della Factory e della 4AD è riuscito a fare.

Per la quinta traccia “Set Me Free” —Ask me why, in the cold, a lie held by your lips— gli Editors-più-pop incontrano ancora i Joy Division-meno-pop con quell’indimenticabile fuoco degli U2 più riflessivi in retrospettiva. Se chiudo gli occhi figure incappucciate di bianco e di nero passano il testimone a quattro figure vestite di nero muovendosi in un deserto di ghiaccio verso quel mare rosso di spettatori… Lo spettacolo deve continuare. Anton Corbijn ne farebbe un altro capolavoro neogrigio.

Nella sesta traccia, “No Other View”, le sequenze di arpeggiatore della tastiera teorizzate nella kosmische musik e quella chitarra dalla ritmica funky malata si incastrano con la ritmica precisa del basso e della batteria. Se mai avessi dovuto scegliere un altro pezzo che mi ricordasse il loro EP precedente sarebbe probabilmente stato questo. —Running away for another view… I lost myself in the multitude…—

La settima traccia “The Caller” (il vuoto da colmare per l’assenza di chi non c’è più) tocca una darkwave cupa e più elettronica, ai limiti del post-industriale con quegli echi metallici e uno di quei ritornelli che rimangono nell’aria anche dopo che comincia la traccia successiva. —Now that you’re gone… what remains?… Just decay. That remains.— Ricordando gli amici che non ci sono più nella musica che amavano di più. E questa l’avrebbero forse amata più di quanto possa io che sono arrivato solo dopo… Nel ricordo che porto in me… in quella terra di silenzio… gli uni, ancora una volta, vicini agli altri.

Nell’ottava traccia, “View (Reprise)” c’è la pausa di respiro di un arpeggio di tastiera, il lato oscuro della luna, prima di entrare nelle dimensioni più oniriche della nona traccia “Away/Afraid” —…made of dust while it rains… this is my existence…— quella che assieme ad “Ibisco” sono forse i pezzi più riusciti dell’album. Qui la carica delle tracce precedenti cede il passo ad una riflessione più melodica e sognante, quasi uno shoegaze più nervoso.

Chissà cosa ne avrebbe fatto Martin Hannett di questo materiale umano. Sicuramente un altro capolavoro. E non potevano fare da meno il produttore, il fonico e il gruppo stesso. Ma sanno quello che fanno, e sanno come ottenerlo. E sono abbastanza cocciuti da non accettare consigli.

A chiudere questo viaggio, come un sigillo, la decima e ultima traccia “Confessions” (il dialogo con lo spettro di noi stessi, nel quale il perdersi si trasforma ben presto in un disincantato ritrovarsi.) Un pezzo introspettivo, con i suoi echi distanti, l’ultima fermata nella stazione nel viaggio dell’amore che verrà ancora.

E che l’amore non ci separi… ancora.

Solo quaranta minuti che si fanno rubare alla routine quotidiana come se il tempo si fosse fermato. Da assaporare a piccoli dosi come i migliori veleni.

Disponibile in pre-order già nei giorni precedenti all’uscita ufficiale, la produzione di “Love Will Come Again” è stata ultimata nel Dicembre 2019.

Prodotto da Matteo Scarpa (Kill Your Boyfriend), registrato e missato (come per le precedenti quattro tracce) da Edoardo Pellizzari al Teatro delle Voci Studios di Treviso, il disco si fa notare sin dal suo primo ascolto per il senso d’equilibrio degli strumenti nel mix.

Riuscire a conciliare il basso di Riccardo Massaro, le sequenze di synth di Andrea Visaggio incastrandole a dovere, non è un lavoro facile. Aggiungere la batteria di Francesco Zambon e cercare di fermare in ‘digitale’ la sinergia dei tre elementi ritmici ritagliando i dovuti spazi alle incursioni di chitarra di Stefano Murrone e la voce di Andrea deve essere stato un bel traguardo.

Per il mastering stavolta si sono affidati a Collin Jordan del The Boiler Room di Chicago, quel tipico suono americano con un suo calore ibrido stavolta.

L’artwork è sempre di Sara Murrone, l’artista della grafica minimale del precedente lavoro. Stavolta è stato prediletto l’approccio meno minimale di un mare di persone immerse di rosso.

Distribuito da Audioglobe, a tutti gli effetti “Love Will Come Again” è una coproduzione che esce ufficialmente il 14 Febbraio 2020 in formato CD per la veneziana Shyrec (numero di catalogo SHY033) e in vinile, con inserto per i testi, per la parigina Icy Cold Records (numero di catalogo ICR034). In formato digitale è disponibile sul sito Bandcamp del gruppo e anche in streaming sulle principali piattaforme di musica liquida (Spotify, iTunes, Amazon). 

Disponibile sul sito del gruppo inoltre una speciale edizione in CD limitata a 90 copie con copertina metallizzata e autografata, con un libretto di dodici pagine incluso.

La frenesia e il nervosismo del rock che sposa l’emotività e l’imprevedibilità del post-punk. Non potevamo chiedere di meglio. E hanno dato già tanto.

Mancano all’appello gli inediti presentati dal vivo. Quelle composizioni che li hanno visti crescere ed evolversi. Forse un altro di questi giorni, quando non sarà né troppo caldo né troppo freddo e non saremo ancora troppo curiosi!

Ho avuto la fortuna di assistere ad un loro concerto e quella carica che usciva dagli incastri di ogni singola nota nessuno dei presenti difficilmente riuscirà a dimenticarla… La riflessione e l’emotività della dimensione da studio dal vivo ha ceduto il posto alla controparte che nei missaggi per forza di cose passa in secondo piano prediligendo una più ‘deliberata’ foto dell’insieme.

Mi hanno ricordato il nervosismo degli Editors degli esordi in qualche modo. Se mai avessi visto i Joy Division dal vivo non penso sarei rimasto più sorpreso dalla freschezza emotiva che sono riusciti a scaricare su tutti i presenti, pur nonostante i “fantasmi” a cui rimandano.

Solo a concerto finito, quando l’emotività dell’esibizione ha lasciato posto alla musica che ha poi accompagnato il resto della serata, ho capito quanta importanza avevano quelle basi elettroniche che erano un tutt’uno con la dimensione della musica del gruppo. E si sente. Specialmente in questo loro nuovo lavoro dove ogni componente dell’arrangiamento è tanto importante quanto l’altro.

Hanno mantenuto l’ottima promessa del primo EP pur avendo maturato nella direzione iniziale… Anima e corpo sono bruciati entrambi. Adesso si ricomincia. E la fenice è tornata a risorgere.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.