L’algida entrata di “777” anticipa alcuni dei (tanti) temi sonori presenti in 777-ObscurA SomniA. L’elemento elettronico, il legame che unisce le varie componenti; l’oscurità incombente, malata. La compostezza mitteleuropea che irrobustisce la struttura di alcune canzoni. Ed il canto di “God of Nothing”. Neo-folk traslato, ma presto entrano le chitarre ed il basso dell’ospite Diego Banchero, il brano si trasforma in furore metallico. Stordente, impertinente. Una sfida. Perché a metà percorso il ritmo assume pose sisteriane dilaniate dai synth impazziti. Quasi nove minuti conta “GoN” che si chiude riappropriandosi dei temi marziali, così com’era iniziata, ma il baratro del caos è ad un passo. “When my soul leaves the body” e non posso non pensare agli Helden Rune. Un approccio affine. L’epica dei fine settanta/inizi ottanta, le chitarre che s’arrampicano sul muro eretto dalle tastiere. Neri pastrani nei quali stringersi per difendersi dal vento sferzante. L’odore intenso della stoffa bagnata. Spruzzi di neve sporca di fango. Il crepuscolo che allunga le sue ombre sulle trincee. “Blind”. La compostezza mitteleuropea che citavo poc’anzi, il metallo brunito della pistola ancora fumante. “Exodus”. Gli Ultravox! e John Foxx. La bellezza algida di “Ride the sky” dalle oblique traiettorie melodiche. Lo sguardo che si allarga su “Obscura Somnia” guidata dalle tastiere che s’innalzano fino a lambire i grigi nembi che cingono il cielo, con il pensiero rivolto a Steve Strange. L’enigmatica e poco rassicurante “Run and despair”. “Left hand path” mostra a tratti la corda, ma siamo già al brano numero nove di una scaletta che tante soddisfazioni ci ha già riservato. Fate attenzione alle tastiere, vi sono porzioni che citano i Simple Minds più solenni, che meraviglia! Poi irrompe “Alice”: rilettura attenta, personale ma rispettosa dell’ultra classico sisteriano. Il commiato, la profetica “The end” (a Te, lettore, lascio il compito d’approfondire il testo). L’epilogo. La fine. Di un disco sorprendente per fattura ed esposizione. Amabilmente rétro. Un segreto da custodire gelosamente, ché pochi lo meritano. 

 

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