Caroline Blind: The Spell Between

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I Sunshine Blind erano una buona band gothic americana, ma per me c’era molto di più oltre a quello che si fermava al primo ascolto.

Come tutte le band americane avevano una forte componente rock che aggiungeva quel qualcosa in più e che nell’occasione della loro data a Londra mi aveva fatto prendere un giorno libero per precipitarmi al concerto al Camden Underworld. Ma quello è stato più di 25 anni fa e di musica sotto i ponti ne è passata davvero tanta.

Gruppi si sono riformati, altri hanno continuato a rinnovarsi e regalarci altra musica… altri si sono fermati.

Anche nel Regno Unito in quel periodo c’erano diverse band che sembravano ignorare tutti i canoni di stile mettendo in discussione le cose che in tanti si ostinavano ad ascoltare per l’ennesimo decennio. Gordon Young (attualmente mano e plettro essenziale anche negli October Burns Black e all’epoca chitarrista dei Seraphin Twin e ad un certo punto chitarra nei Dream Disciples prima e nei Children On Stun dopo), ne ha curato la produzione e il mastering nel suo studio a Edimburgo. E devo ammettere che The Spell Between è già il quarto disco di cui ne apprezzo il tocco… Complimenti.

Caroline Blind per me era la voce di “Francis / Pepperland Laid Waste” su quella stupenda compilation che era stata Death By Dawn II – The Avenger. Potevo ascoltare quel pezzo per ore perso nei fantasmi che infestavano i giorni e le notti. Avanti e indietro, come le notti che seguivano al giorno e poi diventavano ancora notti. Da lì a poco la mia amica dall’America mi avrebbe fatto avere il loro primo lavoro: l’ottimo Love The Sky To Death.

Nel suo disco di esordio come cantante solista, da quel loro primo album vengono qui riproposte in una toccante ed evocativa versione acustica elettrificata a dovere “Regodless” e “Crescent And The Star” (“Already forgotten the names of last nights roads. And you can’t find another on your specific coast…”). A queste ultime si aggiunge anche “Tribe”, disponibile all’epoca solo nella raccolta Rewind che ripubblicava di fatto i primi due album con l’aggiunta di diverse bonus tracks. E qui “Tribe” continua magistralmente nella stessa vena carica dell’originale presentato solo dal vivo e mai ufficialmente approdato in studio… anche grazie alla partecipazione dei membri originali del gruppo, C.W.H.K. alla chitarra e Geoff Bruce alla batteria e l’aiuto di William Faith al basso e già bassista per gli sparsi concerti per la reunion della band. (“There are times when nothing matters. There are times when we play the games, and then are times we could love each other…”).

“Regodless” è un gioco di parole tra ‘regardless’ e ‘godless’, ma ha lo scopo di trasmettere il significato di qualcuno che perde la fede ‘di nuovo’, ‘la fede persa… di nuovo’ quindi. ‘Imbrogliato, dimenticato’, ‘abbandonato dal tuo/vostri dio/dei’. (“The marble statues that wept real tears are all collapsing around our ears. Cheated, forsaken, regodless… When we finally find the right things for us it’s always the wrong time…”)

C’è ancora voglia di rimettersi in discussione in questo disco e dopo due anni di lavoro Caroline Blind sembra esserci riuscita alla perfezione.

“Due anni di gestazione, attraverso città e paesi passando dall’America all’Europa, con tutte le persone meravigliose che ho incontrato durante il viaggio… tutto il mio cuore e i suoi battiti.”

Tra i vari ospiti che hanno suonato nel disco e hanno aiutato la cantante dei Sunshine Blind ci sono Rich W. degli Wake, Dave Wolfenden dei Red Lorry Yellow Lorry, George Earth degli Switchblade Symphony/World Entertainment War, Dave ‘the Dramedy’ Cayabyab dei The Dramedy, Ashe Rüppe dei Delphine Coma, William Faith dei The Bellwether Syndicate/Faith and The Muse/Mephisto Walz, C.W.H.K., Geoff Bruce e Gordon Young dei Pretentious Moi/Children On Stun/The Dream Disciples/Seraphin Twin.

Questo disco è stato descritto come una lettera d’amore in chiave gotica di alcune alle canzoni che hanno ispirato Caroline Blind attraverso la sua carriera di musicista. “La possibilità di rivisitare la musica che amavi mente crescevi è sempre un piacere. Riporta alla mente tutti i ricordi che associ a una determinata canzone; un certo tempo, un luogo, una persona … può essere una cosa che ti fa sentire bene, che porta un qualche sconvolgimento o anche dolceamara. Le esperienze che hai avuto con una canzone nel corso degli anni crescono e cambiano come in qualsiasi relazione… Si creano nuove prospettive, si formano nuovi ricordi creando un quadro più ampio, e forse alla fine si avvicinano al punto di partenza come in un cerchio.”

Il disco apre con una versione talmente personale di “First” degli Wake che solo dopo averlo visto stampato nei credits sono riuscito a focalizzare. Una canzone tratta dal loro Nine Ways che qui diventa una ballata folk dai toni evocativi e ancora più cupi. E il chitarrista degli Wake è presente alla chitarra e alla programmazione della batteria elettronica in effetti.

(“Kiss me first the next time. Before you break my heart. Kiss me first the next time. Before you even start to tell me the reason. Tell me the Lies. You try. And I’m on a slow train. Slow train to nowhere.”)

“Heaven” è una cover dei Red Lorry tratta da Blow e anche qui abbastanza personale anche se ha parecchio in comune con l’originale. David Wolfenden dei Red Lorry Yellow Lorry alla chitarra arricchisce parecchio questa splendida versione. “Può essere considerata una cover se uno dei compositori originali è presente nella traccia?”

(“Heaven in a lifetime, heaven in one day. Thinking of you only takes me far away. It’s in you heart, it’s in your mind, it’s in you just the same.”)

Sarà una vita che non sentivo gli originali… Un’altra occasione di tirare fuori i vecchi cd dalle scatole, ancora una volta.

Che poi dovessi trovarmi piacevolmente spiazzato da una bellissima reinterpretazione dall’arrangiamento minimale ed essenziale di un classico di Bill Withers come “Ain’t No Sunshine” con quegli echi che rimbalzano dal blues al dub non me lo sarei aspettato. (“Aint no sunshine when we’re gone. It’s not warm when we’re away… We’re always gone too long anytime we go away.”)

La tradizione del rock classico qui si veste di scuro con la matita nera sugli occhi.

Ma c’era da aspettarsi parecchio di buono già dai due singoli di esordio che hanno aperto per The Spell Between.

Dalla personale reinterpretazione in chiave ancora più acustica di “God Damn The Sun” degli Swans (“When, when we were young we had no history, so nothing to lose. Meant we could choose what we wanted then

Without any fear, or thought of revenge…”) all’anticipazione del nuovo materiale con l’inedito “Need to Say”, una ballata folk dai toni oscuri. (“The moon is full, my cup is dry. We have until the echoes die. When each hello could be goodbye, each word we choose lays bare the night…. There’s no need to say we tried or we’re sorry. Just hold both my hands before you slip away and sleep.”)

Per gli affezionati delle atmosfere crepuscolari dei Sunshine Blind la versione alternativa di “Death To Sleep” dovrebbe essere già di suo l’ennesimo motivo per ascoltare questo meraviglioso esordio.

L’originale possiede quel pizzico di elettronica a metà tra trip hop e l’elettronica intelligente che preferisco quasi tanto quanto la versione alternativa.

(“Death to sleep. An end to dreams. No dreams of falling. No dreams of flight. No dreams of laughing. No second sight…”)

Chiude il disco un’altra versione di “Regodless” dai toni più acustici e gotici che sicuramente gli amanti di All About Eve e Mission dovrebbero apprezzare, e dove ancora una volta i brividi che sa dare quel tipo di voce tocca forse un altro dei suoi picchi. Qui c’è ancora una volta una parte di quell’originalità che era stata dei Sunshine Blind.

Tra le due differenti versioni sinceramente non saprei decidermi. So solo che sto ascoltando a rotazione prima l’una poi l’altra.

© Yellow Bubbles Photography

Ma come nascono le canzoni e come finiscono per diventare un album?

Il blog dell’etichetta di Caroline Blind sembra aver fatto uno sforzo non indifferente per cercare di riportare a parole le ispirazioni e le motivazioni delle scelte che hanno accompagnato la gestazione dell’album.

L’album è iniziato quando Caroline, dopo aver collezionato diverse canzoni scritte negli anni dopo lo scioglimento dei Sunshine Blind. Disillusa dai progetti che erano seguiti e stanca di fare affidamento su altre persone per aiutarla a produrre musica, decide di aiutarsi iscrivendosi a un corso di fonia. Allestito un suo studio casalingo finì per scegliere una tra le sue canzoni preferite e non troppo difficile da registrare: “God Damn the Sun” degli Swans. Una canzone per lo più acustica e di cui registra le basi in una sola notte. Finita la registrazione e sopraffatta da quel senso di realizzazione ed eccitazione di quando si apre di nuovo una porta, realizza di essere finalmente tornata a fare la cosa amava di più: fare musica. 

Dopo aver filmato un video per la canzone e averlo pubblicato su YouTube inizia a lavorare su altre cover e a rivedere alcune delle canzoni scritte negli anni passati.

La canzone successiva è stata una cover di “Heaven” dei Red Lorry Yellow Lorry, a cui ha lavorato con Rich W., chitarrista degli Wake e amico sin da quando dividevano gli stessi palchi dal vivo con i rispettivi gruppi negli anni ’90. Tornati in contatto sui social media e vivendo in città a duemila miglia di distanza l’una dall’altra (Caroline in California e Rich in Ohio) hanno cominciato a contribuire a vicenda ai propri progetti scambiandosi le rispettive idee tramite Internet. Senza dirle una parola Rich invia la demo del pezzo a David Wolfenden, il chitarrista dei Red Lorry, Yellow Lorry a cui piace l’idea al punto di accettare di registrare tutte le chitarre in uno studio a Leeds, in Inghilterra e inviandole le tracce elettronicamente. Caroline ha poi contribuito con i testi e la melodia per cantare su una canzone trip-hop che David aveva scritto, “Death To Sleep”, ma entrambi realizzano che la traccia avrebbe dovuto essere inclusa in The Spell Between. E così è stato.

Invitata a fare un piccolo concerto a Dallas, in Texas, invita Rich ad unirsi a lei per suonare le canzoni su cui stavano lavorando. Un amico dell’organizzazione sapendo che il chitarrista degli Wake sarebbe stato presente chiede se potevano eseguire una canzone degli Wake, “First”, e Caroline ne arrangia una versione molto più cupa e spettrale. Rich non fu in grado di spostarsi alla fine ma con l’aiuto dell’amico Dave the Dramedy (di Los Angeles) alla chitarra riesce comunque a fare l’esibizione.

Rich e Caroline hanno in seguito registrato quella stessa versione per The Spell Between.

Continuando a suonare dal vivo, Dave the Dramedy diventa l’altra metà di una formazione a due per portare in giro set acustici composti da cover e brani dei Sunshine Blind. In seguito si aggiunge anche George Earth, amico sin dai tempi dei Sunshine Blind come secondo chitarrista per i concerti dal vivo e che riporta quel suono rock ‘elettrico’ che si dimostra essere particolarmente adatto per le vecchie canzoni dei Sunshine Blind. 

Suonare dal vivo ha aiutato Caroline a sviluppare gli altri spunti su cui voleva lavorare. Dave the Dramedy aveva contribuito con le idee per una versione più lenta e più acustica di “Regodless” e aveva aggiunto una nuova linea di chitarra alla registrazione originale di “God Damn the Sun”. 

Combattuta su come rielaborare “Regodless” per l’album, chiede ad un altro amico, Ashe Rüppe dei Delphine Coma, di provarci sopra qualcosa. Ashe aggiunge una nuova linea di chitarra, basso, batteria e tastiera finendo per riarrangiarla con il suo caratteristico stile shoegaze. La versione dell’ultima traccia del disco è opera sua infatti.

Tramite James Tramel, bassista degli Wake e October Burns Black, Caroline viene indirizzata a Gordon Young, fonico in uno studio ad Edimburgo oltre che chitarrista in diverse band. Scambiandosi messaggi a distanza su come rendere al meglio le idee su cui stava lavorando alla fine Caroline chiede a Gordon di intervenire sui missaggi e fare il mastering per The Spell Between. L’approccio di Gordon riesce a rendere più omogeneo il suono tra le diverse collaborazioni aggiungendo così più coesione all’album e contribuendo anche a suonarne ed arrangiarne diverse parti.

La musica dell’album si muove tra sonorità minimali o più dense, passando da atmosfere sognanti a decisamente spettrali. Alcune canzoni hanno la batteria e il basso, altre no. Il tono generale è soffuso, ma c’è anche un’intensità che brucia dappertutto. Le ispirazioni includono Cocteau Twins, Love and Rockets, This Mortal Coil e Nick Cave and the Bad Seeds. La maggior parte degli argomenti dei testi possono rientrare nella categoria delle ‘Sad Bastard Songs’ o ‘Murder Ballads’, e Caroline ha sperimentato un bel po’ con suoni, strumenti, stili e collaboratori musicali. L’unica cosa costante in ogni canzone è la sua voce, e facendo uso di più armonie rispetto al passato rendendola di fatto ‘voce come strumento’. Sebbene conosciuta in precedenza per il suo cantato rock carico, questo album presenta sfumature molto più intime e delicate rispetto alla Caroline consueta, che è stata un’evoluzione rinfrescante anche per lei. 

Il titolo dell’album, The Spell Between è un riferimento all’interazione di Caroline con le canzoni e le persone che hanno realizzato l’album. “Le canzoni e le persone sono entrambe cose con cui puoi avere una relazione viva”, spiega, “immediatamente o anche nel corso degli anni, e per molto tempo ho adorato queste canzoni e le persone che le hanno fatte. È un onore per me aver portato quelle relazioni a questo nuovo livello, dove restituisco e spero di presentare a nuovi ascoltatori queste canzoni e persone… Ho scelto la parola “incantesimo” (Spell in inglese) perché ha molti significati. Può significare un incantesimo o una magia, come lo stato di trance in cui i musicisti possono entrare quando suonano insieme, o può semplicemente significare ‘un arco di tempo’, che è anche ciò che condivido con queste persone e canzoni. O può significare chiarire, ‘precisare qualcosa’, che è sempre quello che un cantante o un interprete cerca di fare, per dare un nuovo significato a un’idea o una canzone… Mi piace soprattutto quest’ultimo significato, perché tutte le cover che ho interpretato hanno dei testi eccellenti, anche se potrebbero non essere state molto chiare quando erano uscite. Il mio album è così rarefatto in alcuni punti, che è quasi una vetrina lirica e i testi emergono fuori, e questa cosa mi piace davvero.”

Chissà se un giorno potrebbe aver voglia di riarrrangiare un pezzo degli Yazoo o di Alison Moyet. La voce per un pezzo come “Nobody’s Diary” o “Love Resurrection” ci sarebbe davvero tutta.

Mi sarebbe piaciuto che anche l’inedito “Silver Bell” fosse stato incluso come traccia nascosta… magari come singolo su Bandcamp per il prossimo Natale?

“Per tutti voi. Spero che possa aiutare le persone a dimenticare le cose per un po’, e semplicemente ad ‘essere’… È mezzanotte qui, e sono in quarantena, ma posso cantarvi un sogno per dormire, e tutto andrà bene, qualsiasi cosa possa accadere…”

Grazie per la musica.

Link:

https://carolineblind.bandcamp.com/

https://www.motherofskye.com/

https://www.facebook.com/thespellbetween/

 

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1 comment

  1. Mr.Moonlight 30 Marzo, 2020 at 17:21

    Prima candidatura a “miglior recensione” del 2020. Il disco non mi è piaciuto ma dopo questa puntuale disamina storico-cultural-musicale lo riascolterò con più attenzione,

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