Dracula e la Malattia (parte 2 di 3)

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Pubblichiamo la seconda parte del saggio della nostra Lady Vardalek/Lisa Deiuri sul tema della Malattia nel “Dracula”. La prima parte è disponibile qui.

 

Il timore (e l’orrore) del contagio sono ripresi da Stoker anche in un’altra famosa scena, quella nella quale Mina, dopo essere stata forzata a bere il sangue del Conte, realizza di essere stata contaminata.

“La signora Harker ha avuto un altro brivido ed è rimasta in silenzio, appoggiando il capo al petto del marito. Quando lo ha alzato, la bianca camicia da notte di lui è apparsa macchiata di sangue nel punto in cui era stata toccata dalle labbra di lei (…). non appena Mina se n’è accorta, si è ritratta esalando un gemito e ha balbettato, mezzo soffocata dai singhiozzi: “Contaminata, contaminata! Non potrò più né toccarlo né baciarlo. Oh, perché proprio io dovevo divenire la sua peggior nemica, colei che più ha motivo di temere?”

A sickly young woman sits covered up on a balcony; death is standing next to her; representing tuberculosis. Richard Tennant Cooper, ca. 1912.

Qui Stoker rievoca un altro spauracchio dell’età vittoriana oltre alla sifilide, e cioè la tubercolosi, e sempre nel Diario del dottor Seward del 3 ottobre, un resoconto piuttosto denso di avvenimenti e “punto chiave” del romanzo, assistiamo anche all’intervento di Van Helsing sulla scatola cranica del povero Renfield, terrificante esempio di una modalità di trattamento della malattia mentale che all’epoca, nei manicomi, non era infrequente.

Renfield il folle è un personaggio simbolo di un confine fra due mondi, quello onirico (diremmo, oggi, dell’inconscio) e quello della razionalità, continuamente violato dalle intromissioni di Dracula; quasi più un posseduto che un malato, e perciò un malato spirituale più che fisico; un pazzo che, fra un delirio e l’altro, recupera un discorso apparentemente lucido ma, in realtà, finalizzato a cancellare le tracce lasciate dal dominio del Conte (e, quindi, della malattia) sulla sua mente.

Questo confondere le acque, che conferma la capacità mimetica del Conte (e del morbo luetico, che conduce anche a attacchi di follia) lo vediamo anche prima, in questo passo del Diario di Seward del 1° ottobre, quando Renfield, dopo una crisi, sembra aver di nuovo un barlume di ragione:

“Perdonatemi, dottore. Mi sono lasciato andare. Non avete bisogno di aiuto. Ho tante e tali preoccupazioni, che sono facile all’irascibilità. Se solo sapeste il problema con cui sono alle prese e che mi sforzo di risolvere, avreste compassione di me, e mi tollerereste e scusereste. Vi prego di non farmi mettere la camicia di forza. Ho bisogno di pensare, e non posso farlo liberamente se sono legato. Sono certo che mi capite!”

Seward decide di capirlo e “abbassa la guardia” – direbbe Van Helsing – per studiarne il comportamento… Finendo dritto dritto nella trappola di Dracula. Infatti, durante la notte del 2 ottobre il povero Renfield è vittima di un terribile “incidente” e ciò che accade nelle ore successive viene registrato appena il giorno dopo.

Diario del dottor Seward, 3 ottobre

(…) Giunto nella stanza di Renfield, l’ho trovato disteso sul pavimento, sul fianco sinistro, in una luccicante pozza di sangue. (…) L’infermiere che stava inginocchiato accanto al corpo mi ha detto, mentre lo voltavamo: “Temo, signore, che abbia la spina dorsale spezzata. Vedete? Sia il braccio che la gamba destri e la parte corrispondente del volto sono paralizzati.” Come una cosa simile fosse potuta accadere, lasciava letteralmente di stucco l’infermiere, il quale, senza capirci niente, un’espressione sbalordita in volto, ha soggiunto: “Non riesco a raccapezzarmi. Certo, avrebbe potuto ridursi il viso a quel modo sbattendo la testa sul pavimento. L’ho visto fare una volta da una giovane donna al manicomio di Eversfield, prima che qualcuno fosse in grado di fermarla (…) Ma giuro che le due cose non riesco assolutamente a metterle assieme. Se aveva le vertebre spezzate, come poteva sbattere la testa in terra (…)”

The Madhouse di William Hogarth (1732–34)

Seward manda l’infermiere a chiamare Van Helsing, il quale, come al solito, cerca di mantenere la calma, dando prova di intelligenza e umanità e, allo stesso tempo, di incredibile freddezza (ma di questa sua “doppia faccia” ce ne eravamo già accorti nell’episodio di Lucy, quando subito dopo la morte della ragazza chiede a Seward, con una certa mancanza di sensibilità, di portargli un set completo per le autopsie): 

“(…) Il paziente [Renfield, n.d.r.] respirava adesso in maniera affannosa, e non era difficile rendersi conto che le sue lesioni erano gravi. Van Helsing è tornato con straordinaria rapidità, portando con sé una valigetta chirurgica. Evidentemente aveva avuto il tempo di riflettere e di prendere una decisione perché, prima ancora di occuparsi del paziente, mi ha sussurrato: “Mandate via l’infermiere. Dobbiamo stare soli con lui quando, dopo l’intervento, sua coscienza tornerà.” (…) Uscito Simmons, abbiamo sottoposto il paziente a un rigoroso esame. (…) Il professore, dopo un istante di riflessione, ha detto: “Dobbiamo ridurre pressione su cervello e riportare a normali condizioni se questo può essere; (…) la soffusione di cervello aumenterà rapidamente e dobbiamo trapanare subito, altrimenti sarà troppo tardi.” 

Mentre Van Helsing e il dottor Seward stanno parlando di come intervenire su Renfield, arrivano Arthur e Quincey. Seward consente loro di entrare nella cella per assistere all’operazione. Questo non è strano, se si pensa che i folli, privati dei diritti civili, spesso venivano usati come cavie da laboratorio (alla stregua dei topi) e l’esecuzione “in pubblico” di interventi chirurgici (compresi i primi tentativi di parto cesareo) era una prassi che sarebbe continuata anche nel Novecento.

Comunque, fatti accomodare gli spettatori sul letto del paziente, la rappresentazione dell’orrore può proseguire:

“Dobbiamo aspettare,” ha detto Van Helsing “in modo di poter individuare luogo migliore per trapanazione, così noi potremo con maggior rapidità e perfezione rimuovere grumo di sangue (…) I minuti d’attesa sono trascorsi con terribile lentezza. Mi sentivo stringere il cuore, e dall’espressione di Van Helsing mi rendevo conto che nutriva timori o apprensioni circa ciò che sarebbe accaduto. Per quanto mi riguardava, ero angosciato all’idea di quel che Renfield avrebbe potuto dire. Sì, era un pensiero che mi riempiva di terrore (…) A un certo punto, è parso evidente che le condizioni di Renfield stavano rapidamente peggiorando: poteva morire da un momento all’altro. Ho guardato il professore (…) “Non è tempo da perdere. Le sue parole possono salvare molte vite. È questo che io dico a me, da quando io sono qui. Può darsi che qui una anima sia in pericolo! Noi opereremo proprio sopra di orecchio.” E, senz’altro aggiungere, ha eseguito la trapanazione.”

Der Wahnsinn (Follia) di Alfred Kubin (1904)

A guardarla bene è una scena allucinante, ma rivelatrice: il paziente in fin di vita è niente più che un oggetto nelle mani di due medici che lo usano come mezzo per trovare una cura alla malattia che sta sconvolgendo il loro mondo e, nel caso di Seward, distruggendo le sue convinzioni scientifiche! Infatti, più che per la morte del paziente, Seward si preoccupa di quello che Renfield dirà, perché sente che rischierà di mandare in pezzi tutta la sua “fede” in certe teorie. Cosa che, fastidiosamente, avviene, quasi che Stoker (con un certo sadismo) volesse dimostrare che il processo di evoluzione (e di crescita) deve necessariamente passare attraverso una dolorosa messa in discussione di tutte le certezze.

“Abbiamo umettato le labbra secche di Renfield, che ben presto si è ripreso. Si sarebbe tuttavia detto che quel povero cervello ferito avesse continuato a funzionare nell’intervallo [fra lo svenimento e la ripresa dei sensi grazie a del brandy… sic! n.d.r.] perché, non appena ripresa piena coscienza, Renfield mi ha guardato intensamente, con un’espressione di smarrita angoscia che mai dimenticherò, e ha detto: “Non posso ingannare me stesso. Non è stato un sogno, ma un’orribile realtà. (…) Presto, dottore, presto. Sto morendo! Sento che mi restano solo pochi minuti, e poi sprofonderò nella morte, o in qualcosa di peggio! (…) C’è qualcosa che devo dire prima di morire, o almeno prima che muoia il mio povero cervello spappolato. Grazie!”

Così, con tanto di ringraziamento da parte del paziente, la tortura prosegue e mentre la Scienza e la Fede cercano di cavare risposte sensate da un cervello lobotomizzato, il Conte, alias il Morbo, attacca su un altro fronte, spiazzando tutti…

(continua…)

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