Asgard: Ragnarøkkr

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L’incedere veemente di “Trance-Preparation” (brano dal quale è stato tratto un video) annunzia il ritorno sulle scene degli Asgard, a venti anni dall’ultimo “Drachenblut” ed a ben ventinove dalla prima pubblicazione ufficiale identificata in “Götterdämmerung“. Il neo-prog degli esordi ha lasciato campo libero a sonorità più decise, a tratti intense, sicuramente più muscolari. Senza però cadere nella trappola tesa dal prog-metal, incline ad auto celebrare la propria tecnica a discapito del sentimento. 

 Götterdämmerung”, “Esoteric poem”, “Arkana”, “Imago Mundi”, “Drachenblut”. Tutti affidati ad una runa, tutti annunzianti il successore. Una discendenza, una linea di continuità. La tradizione, teniamone buon conto quando trattasi di Asgard. Dalla WMMS alla Pride & Joy. Sempre Germania. Una label che auspico garantirà a Ragnarøkkr la visibilità che merita. Perché a meritarlo è Albert Ambrosi. 

 Non ho mai conosciuto Alberto Ambrosi, di persona. Lo incrociai tanti e tanti anni or sono in occasione di un paio di concerti, prima che si trasferisse in Germania, gli Asgard erano già fermi, pietrificati nella memoria. Giusto riconoscere la sua tenacia, un Uomo che crede così fermamente nella sua creatura rappresenta una rarità oggidì. Perché quivi non trattasi di gloria universale, bensì “solo” di passione. Dedizione che ha del romantico, come quando organizzava i Gothic Gathering in Val Tramontina, uno dei luoghi più ameni (e legittimamente gotici, non nel senso di posa o di calco architettonico, quanto di paesaggio, inimitabile) del mio amatissimo Friuli.  

 Rituals” si colloca fra presente e passato. Il medieval-folk, il metal, il new-prog. Un brano che chiarisce uno dei cardini fondanti della visione di Ambrosi: Asgard è un corpo unico, non è la rappresentazione statica di uno sfogo solista. Bisogna appunto crederci, sennò è inutile rimanerci “dentro”. Il marchio apposto su “The night of the wild-boar”, un suono che è stendardo da innalzare sul campo, con orgoglio. Fuori dal tempo? Forse, ma non sta a noi giudicarli per questo. 

 La produzione di Roland Grapow (Masterplan ed ex-Helloween) asseconda l’indole del complesso, arricchendola senza imporre forzature. Poi, primi fra tutto, i contenuti, vantando il comparto narrativo capitoli importanti e ben sviluppati come “Shaman” (pare di attraversare un villaggio abitato da hobbit, ma non lasciamoci ingannare dal bucolico incipit), ma è la quadrìglia finale rappresentata da “Der Tod”, “Danse Macabre”, “Anrufung” e dalla title-track a rinserrare le fila, chiamando le truppe alla pugna. E’ in questi frangenti che gli Asgard mostrano tutta la loro coesione svelando i loro disegni. Una dimostrazione di compattezza e di maturità. Proprio “Ragnarøkkr” chiude il disco, ed il ricordo si riavvolge come un nastro di seta, fino a “Götterdämmerung”. La continuità ed il blasone, tanto cari ad Ambrosi. Un’opera pura, Ragnarrøkr, nessun calcolo e tanto cuore, pulsante e sanguinante. Altri tempi? Perché no? 

 

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