Katatonia: City burials

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Katatonia, fra un soffio saranno trent’anni di carriera. Con un nome così “ingombrante”, non puoi evitare il confronto con il passato, e nemmeno prenderti azzardi. Almeno così è per la maggioranza degli Artisti, prevale l’istinto di conservazione. Fare leva sul blasone, per evitare o ridurre al minimo gli effetti della stanchezza, della consuetudine. E della concorrenza. Che magari hai contribuito a crescere, a maturare. 

 “Dance of december souls” ebbe inevitabilmente un significativo impatto sulle nostre (allor giovani e suggestionabili) fantasie. Crepuscoli infiniti sullo sfondo dei quali guizzavano fuochi fatui che parevano obbedire alle armonie dettate dal ritmo di sinfonie aliene. Gli Dei ci osservavano dai margini dell’Universo, sia i benevoli che i maligni, con ostentata ma falsa indifferenza. I nostri destini erano affidati alle loro bizze. Ma era il 1993, sono trascorsi eoni… 

 Abbiamo condiviso con Anders Nyström e Jonas Renkse parte del nostro percorso di ascoltatori, di fruitori di musica. La notte plumbea degli esordi ha lasciato il posto ad un lucore avvolgente, latteo. Un senso di latente tepore allevia oggi le nostre anime intirizzite. Ma è illusorio. La via era tracciata, City burials è il porto d’approdo, ove giungiamo dopo aver solcato l’immensità del mare cosmico. Chi sono i Katatonia oggi? 

 Non è una prova di routine, un tanto per fissare un altro titolo, l’ennesima tacca sulla tabella cronologica che mette ordine alle pubblicazioni del gruppo. Hanno sviluppato uno stile riconoscibile, hanno assimilato la lezione di tanti loro illustri colleghi, si sono presi dei rischi. Come non definire tale “The winter of our passing”? E’ qui che il gruppo mostra tutto il suo ardore esecutivo, sostenuto dal percussionismo esuberante di Daniel Molainen, il quale presidia la retrovia fornendo un supporto logistico determinante. La fantasia, la varietà. Il talento. La profondità, del suono e delle liriche. La cura del particolare. Oggi i Katatonia, nei frangenti più contemplativi (“Vanishers” che alla voce ospita Anni Bernhard dei Full of Keys, il singolo “Lacquer”), assumono la veste di performer attenti alle pulsazioni che giungono dall’esterno. Lo steccato ideale che li “costringeva” entro i canoni rigidi del death/doom lo hanno abbattuto anni or sono, senza per questo addivenire a compromessi con nessuno. O, perlomeno, accettando quelli meno onerosi, mantenendo integra la loro indole. Perché lasciarsi morire di inedia, quando si possiedono i mezzi per avanzare, progredire ancora? Quanti altri li hanno preceduti, seguiti, affiancati? Per tanti che sono caduti, non trovando poi le forze per rialzarsi, altri invece hanno proseguito il cammino. A volte piegandosi, altre aggrappandosi, ma sempre avanti.  

 I Tool, i Porcupine Tree (Steven Wilson, quanti crediti hai accumulato, riuscirai a riscuoterli tutti?), gli A Perfect Circle e loro, i Katatonia. Non importa chi ha fatto cosa o chi ha fatto prima o chi dopo.  

 City burials mostra credenziali preziose, importanti. Pesa, questo disco, con le sue undici canzoni (ulteriori due sono previste a corredo di edizioni speciali), volo radente su oceani che lasciano intravedere sullo sfondo rovine di antiche civiltà che noi umani non abbiamo dimenticato per il semplice motivo che non abbiamo mai conosciuto. I brani sono brevi, di una concisione che è fatta Arte. L’essenza di un approccio espositivo adulto, immediatamente riconoscibile (“The winter of our passing”). Gli inserti elettronici (le tastiere sono operate dal collaudato membro aggiunto Anders Eriksson, già coi Katatonia su “Night is the new day” e su “Dead end Kings”) che si uniscono e si allacciano ai fili tessuti da chitarra/basso/batteria, linee essenziali che si spezzano, si riannodano in un disegno che solo Loro conoscono ma che, ad ascolto terminato, ci sarà disvelato nella sua intierezza. Loro sono sempre lì davanti, a prua dell’ammiraglia. Dietro di loro si muove la flotta degli imitatori e dei discepoli. Il canto tormentato che ci introduce a “Heart set to divide” ed a City burials indica la strada che dovremo percorrere, poi entrano gli strumenti, l’atmosfera si fa più densa, scura, rarefatta, risolvendosi in una sorta di new-prog che abbraccia la consapevolezza degli ultimi IQ. Fogli strappati dal diario, frammenti di brano incisi in una grafia sconosciuta. Pian piano ci si leva, staccandosi dal suolo, l’odore delle zolle smosse, il verde smeraldino dei prati che rimpiccioliscono man mano che ci si innalza al cielo sono le ultime prove dell’esistenza, della vita che stiamo abbandonando. Ci riporta indietro, al sicuro del porto, la turbinosa e più convenzionale “Behind the blood”, un gagliardo metal darkeggiante che rassicurerà i più tradizionalisti. E’ la palestra ove Nyström e Roger Öjersson esercitano i loro talenti, dando libero sfogo ai loro istinti. Il cacciatore che insegue la preda. La produzione, ancora Renkse/Nyström, mette in risalto City burials nel suo complesso, facendo di ogni suo tassello la componente fondamentale di un disco compatto. E se non si ravvisano elementi di rottura, di innovazione forzata, non è in fondo quello che volevamo, e le nostre attese possono dirsi soddisfatte. Inutile qualsisia esercizio di valutazione che ci astrarrebbe dai suoi contenuti. City burials è un disco dei Katatonia. Ogni particolare, ogni elemento che, considerato nel complesso dell’opera, la rende infine chiara, definita, è sintesi delle personalità che lo hanno creato. Ma non trattasi di freddo esperimento di laboratorio. Il cuore e l’anima contano. La meta finale era loro ben chiara, ed è lì che ci hanno condotto. Tra le braccia robuste di “Untrodden”. Il porto sicuro ove riposare le nostre stanche menti, le nostre membra indolenzite. Questo viaggio è finito, attendiamo l’alba per ripartire ancora.  

 

Per informazioni: http://www.peaceville.com
Web: http://www.katatonia.com
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