Lisfrank: The Human

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A distanza di circa sei anni da Elevator Fulvio Guidarelli aka Lisfrank pubblica un nuovo album in studio al quale il musicista si è dedicato fin dal 2018. The Human contiene undici tracce curate in modo impeccabile – senz’altro valido anche il lavoro di rimasterizzazione compiuto da Andrea Bellucci – e stilisticamente in linea con l’abituale formula minimal. Tutte sono caratterizzate da atmosfere raffinate ma, salvo qualche eccezione, molto cupe, quasi a rispecchiare una concetto più pessimistico e, talvolta, desolato della natura dell’uomo: lo stesso bellissimo artwork che, a quanto si sa, riproduce l’immagine di un quadro dello stesso Guidarelli, trasmette un’idea di umano come una creatura deteriorata e sofferente; in sostanza, il clima generale dell’opera sembra rivelare, in modo insospettato, proprio la qualità drammatica dell’epoca che stiamo vivendo. L’opener “I Hate”, con la ritmica sostenuta e lo scenario incombente è da annoverare fra i brani più foschi, insieme al seguente “Feel It (Your Body, My Body)” che si avvale del contributo di Maurizio Fasolo dei Pankow e tradisce una deriva ‘industriale’ che ritroveremo anche più in là. Poi, “A Dancing Star”, un titolo che allude a Così parlò Zarathustra di Nietzsche, rallenta, tornando a un contesto oscuro, quasi arcano, mentre “Death’s Dance” evoca nuovamente visioni ‘industriali’ un po’ sinistre; la straordinaria “In My Soul” è un episodio synthwave in linea con la tradizione, ma che reca l’inconfondibile ‘impronta’ Lisfrank. Un po’ più ‘cattiva’ appare la successiva “The Cold Night”, venata da ‘futuribili’ pennellate ‘sintetiche’ e anche “I Was Looking For Me” indugia in sonorità incalzanti e aggressive, occasionalmente vicine all’electro. Quindi, bypassato l’intermezzo più ‘romantico’ e orecchiabile di “Greta (My Lost Angel)” troviamo ancora cupi suoni ‘metropolitani’ in “Everything Passes” e l’atmosfera angosciosa di “The Voice Of Tragedy (Never Forget)” nella quale, addirittura, si odono voci incise nei tragici momenti del crollo del Ponte Morandi a Genova o tratte dai notiziari, con un ‘accompagnamento’ sintetico duro in stile marziale. Infine la conclusione è lasciata alla strumentale “Mask’s Solitude”, straniante ma anche la più sperimentale del lotto, che abbina suoni di ampio respiro a fantasiose quanto inquietanti variazioni, attestando la classe imperitura di questo musicista, che si mantiene integra nel tempo.

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