Myrkur: Folkensange

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Non è una sorpresa inaspettata il fatto che, con Folkensange, Amalie Bruun aka Myrkur, abbia – temporaneamente? – accantonato l’ispirazione black metal che l’aveva resa popolare presso un pubblico piuttosto specifico, per riscoprire le sue radici celtiche. Il terzo lavoro dell’artista danese si attiene infatti ad un trend che, nei dischi precedenti, si percepiva solo in parte, come elemento di ulteriore pregio, di solito abbinato a robusti suoni metal per produrre effetti stupefacenti. Qui Myrkur si allinea al filone più ‘morbido’ del folk nordico, quello che privilegia la delicatezza e la meditazione, dove la voce incanta con toni soavi, unita ad armonie create da strumenti tipici; lontani appaiono dunque gli scenari selvaggi e tormentati che avevamo conosciuto in passato, anche se la ‘patina’ di magia non si è persa e rende questi brani coinvolgenti come non mai. Impeccabile la produzione a cura di Christopher Juul, tastierista della band folk Heilung che, proprio l’anno scorso, ci ha regalato uno dei nostri album più amati del periodo, Futha: il produttore ha saputo interpretare in pieno le segrete, inedite suggestioni di questa musica. Vediamo l’opener, “Ella”: la voce potente e struggente allo stesso tempo, accompagnata dalle note di antichi strumenti, lascia durevole impressione. La seguente “Fager Som en Ros” è ispirata palesemente dai suoni del folk nordico dal quale sono mutuati anche i toni del kulning, il tipico canto pastorale utilizzato per richiamare il bestiame: un mondo antico e misterioso, pieno di echi, ombre e oscure parole nel vento, nel quale Myrkur pare muoversi con singolare padronanza; “Leaves Of Yggdrasil”, poi, dedicata al famoso albero della mitologia norrena, è cantata in lingua inglese con pathos celestiale. Subito dopo, “Ramund” ci invade con la sua malinconia intensa ma senza lacrime, mentre “Tor i Helheim” propone sette minuti circa di magia arcana e inquietante e “Svea”, con il suo canto prezioso sembra incarnare la musica celtica in tutta la sua purezza; “Harpens Kraft” offre un garbato intermezzo dal sapore medioevale e popolare, uno spirito che anima, del resto, anche la successiva “Gammelkäring”. Così, la lirica ballata “House Carpenter” sa di fiori e di sereni paesaggi rurali e “Reiar” evoca ancora una volta tristissimi e struggenti scenari medioevali: la chiusura è lasciata alla criptica, infinita oscurità di “Gudernes Vilje” cui la voce eterea pone solo vaghi limiti e alle sonorità ‘elfiche’ di “Vinter”, che concludono Folkensange ma aprono nuovi, sconfinati orizzonti nella carriera di questa artista unica e irripetibile.

TagsMyrkur
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