Nine Inch Nails: Ghosts V-VI

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Alla fine dello scorso marzo, forse in segno di vicinanza al loro pubblico durante una crisi che ha sconvolto il mondo intero, i Nine Inch Nails hanno fatto uscire i loro ultimi album Ghost V-VI (Together – Locusts) rendendoli gratuitamente disponibili online a chiunque: il gesto è stato universalmente apprezzato anche perchè si tratta di due release di impegno rilevante e non rimarranno ‘secondari’ nella vasta produzione di questa band ormai prossima alla leggenda. Ghost V-VI riprendono il discorso iniziato nel 2008 con Ghost I-IV, nel complesso un lavoro ponderoso che ci aveva svelato un aspetto nuovo dell’ispirazione di Reznor &Co., un’idea musicale per loro insolita, esclusivamente strumentale e costruita su visioni e sensazioni, più vicina all’ambient che all’industrial e tuttavia caratterizzata da una tale molteplicità di suoni da rappresentare una gamma di paesaggi e pensieri imprevedibilmente ampia. Rispetto a quella esperienza, in cui le tracce si distinguevano solo per i numeri, i nuovi lavori hanno, invece, brani con titoli, che forniscono ‘indizi’ circa le suggestioni che contengono. Dalle opere del 2008, comunque, si riparte, per dare espressione a una quantità di stati d’animo, con forme più oniriche che fisiche, molto elaborato in primis per il fine che si propongono: un ascolto non frubile soltanto in superficie ma che metta in moto la mente, l’immaginzione, il nostro mondo interiore. Fra la parte V e la parte VI, entrambe scaturite da una situazione – quella che viviamo – che non ha precedenti e che ha colpito l’‘area’ personale in cui siamo maggiormente vulnerabili (la malattia, il timore della morte/perdita) si riconosce comunque un’evidente variazione di ‘temperatura’ e di ‘mood’, un passaggio dall’atmosfera più limpida e calma di Ghost V alla dilagante oscurità di Ghost VI, più vicina alle cupe propensioni cui la band ci ha abituato. Il ‘viaggio’ di GhostV inizia pacatamente e non senza una certa solennità: “Letting Go While Holding On” si apre su uno scenario ‘aereo’ un po’ trasognato, un ‘fluttuare’ di oltre nove minuti che diviene più ‘teso’ verso la fine, ma solo per favorire l’ingresso nelle eteree visioni di “Together”. Subito dopo, “Out in the Open” sembra rispecchiare, nell’apparente contrasto fra il suono ripetitivo in rilievo e il denso strato elettronico in secondo piano, la connessione intensa con la maestosità della natura e, bypassata l’estatica complessità di “With Faith”, “Apart” disegna un paesaggio ‘cosmico’ di dimensioni illimitate nel quale compare, si vorrebbe dire ‘per miracolo’, uno struggente piano. Se quindi “Your Touch” procede all’insegna di una nostalgia preziosa tutt’altro che melensa, bisogna arrivare a “Still Right Here”, che chiude l’album, per trovare sonorità sì intimiste e malinconiche, ma abbinate, ad un certo punto, a un andamento più dinamico e, addirittura, a un ritmo incalzante.
Ghost VI – lo si è detto – è un’altra storia. L’‘orologio maledetto’ (“The Cursed Clock”, l’opener) pare definire il senso dell’intero lavoro con sinistre note cadenzate e minimali, ma quanto mai affascinanti. Neanche il tempo di riprendere fiato e arriva la tromba incredibile della ‘cinematica’ “Around Every Corner” insieme a tanti suoni sorprendenti che, in dieci minuti circa, evocano fosche immagini in ‘bianco e nero’ e non solo; poco più in là, dopo il funebre piano, i fiati remoti e il rumorismo minaccioso di “The Worriment Waltz”, “Run Like Hell” segnala con chiarezza che il caleidoscopico mondo industriale dei NIN è ben presente. La cronaca drammatica di una nuova realtà crudele e insostenibile prosegue in diversi ‘capitoli’ di durata varia, popolati da rumorismi implacabili ma anche da interventi al piano (“Tempo Fix”, “Trust Fades”, “A Really Bad Night”); le atmosfere sempre cupe sono scandite da suoni qui ripetitivi, lì irregolari ed ‘estenuanti’ (“Your New Normal”) ma emergono con ogni evidenza i segni dell’alienazione metropolitana, come in “Turn This Off Please”. La chiusura di Ghost VI, comunque, qualche spiraglio lo lascia: “Almost Dawn” non mostra orizzonti sereni ma rappresenta un commiato meno ‘plumbeo’, un invito a volgere ancora lo sguardo ad un cosmo in cui troviamo anche provocazioni sonore, ma sono talvolta visibili sprazzi di melodia. I NIN non potevano farci un dono più grande…

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