Solo Ansamblis: Olos

0
Condividi:

Ci è piaciuto al primo ascolto Olos, secondo album della band lituana Solo Ansamblis, destinata a diventare molto trendy nel 2020, i cui foschi auspici vengono degnamente rappresentati dalle sonorità oscure di questi giovani musicisti. Lontani, anche per ragioni geografiche, dalle scene dark più influenti, i quattro hanno sviluppato una versione personalissima della tradizione wave/postpunk che, come è accaduto ai She Past Away prima di loro, si impone fortemente sul piano musicale: i testi – così ci raccontano – hanno contenuti incisivi e pessimisti, ma purtroppo risultano alla maggior parte di noi del tutto incomprensibili. I brani di Olos che, fortunatamente, sono stati notati dalla canadese Artoffact Records, appaiono sorprendenti anche ai consumatori più smaliziati del genere e possiedono, oltre a freschezza e spontaneità, una qualità ‘ipnotica’ praticamente irresistibile: ‘sad dance’, del resto, gli stessi membri definiscono la loro musica e, nella sua semplicità, questa ci sembra la descrizione più appropriata. La brevissima “Intro” – poco più di un minuto – serve a preparare lo scenario ‘disegnando’ un’ambientazione elettronica di tesa aspettativa; subito dopo, la dirompente “Fosforinis Baseinas” – in italiano: ‘piscina al fosforo’ – richiama una visione apocalittica di grande efficacia che il ritmo martellante pare quasi ‘lacerare’. Poi, il minimale inizio di “Baloje” con un basso formidabile, apre a uno sviluppo di stampo ‘ritual/tribale’ magistralmente interpretato da due voci, con un risultato davvero valido; “Piligrimai II” confeziona una straordinaria combinazione ritmica incentrata sul basso e perfezionata poi dal gioco di doppia voce. Si ‘annusa’ quindi l’atmosfera ‘vintage’ in “Neturėjom Dainos” e nel suo andamento meno ossessivo, mentre gli otto minuti circa di “Bydermejeris” sembrano evocare il paesaggio vagamente diabolico di un sabba in chiave rave, superando i confini della realtà tangibile. Delle ultime tracce, ci piace menzionare “Netildai” dove le note di una chitarra tormentata sono simili a stilettate al centro di una tempesta di sensazioni, mentre la chiusura è affidata alla cupissima “Nepabust”, una sorta di cadenzato ‘lamento’, un po’ ‘robotico’ ma non per questo meno drammatico, con il quale i nostri si congedano dall’ascoltatore ormai sopraffatto…. e totalmente conquistato.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.