Forndom: Faþir

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Bellissima scoperta la musica di Forndom, il progetto dello svedese Ludvig Swärd, che aggiungiamo volentieri alla schiera dei cantori ritual/nordici, divenuta ultimamente più fitta. Faþir, il secondo album di Forndom, è uscito di recente, a circa quattro anni di distanza dal precedente Dauðra Dura, passato all’epoca quasi inosservato dalle nostre parti. Swärd ha scelto una formula nota, connessa alle tradizioni e alla mitologia scandinave, e musicalmente si avvale di strumenti antichi o legati al folk. Il canto, profondo e ispirato, utilizza tecniche e timbri estremamente suggestivi e contribuisce ad un ascolto di alto livello. L’esordio è di gran classe con l’opener “Jakten”, cadenzata e intrisa di quella solennità che la ritmica tribale non può che valorizzare. La successiva “Yggdrasil”, intitolata al mitico albero cosmico, è uno degli episodi di maggior rilievo: caratterizzata da un’atmosfera densamente ‘magica’ e dalle corpose e omogenee sonorità che le conferiscono vigore e passione, suscita un’emozione immediata cui non si può davvero resistere; nella strumentale “Finnmarken”, poi, si apprezza il fascino di antiche saghe, insieme alle immagini di solitari e nordici siti, all’incirca lo stesso contesto di “Fostersonen” dove però il canto ‘sacrale’ emerge con il massimo dell’intensità. La brevissima, strumentale “Munin”, dedicata al corvo ‘memoria’ di Odino, amplia i confini in direzione di una deriva ambient di un certo effetto, e ne percepiamo l’influenza anche nei suoni di impronta ‘orchestrale’ della seguente “Hel, jag vet mig väntar”: qui lo scenario, scandito da un ritmo dal sapore arcaico e misterioso, ha un potere evocativo straordinario grazie alla parte vocale di ‘druidica’ oscurità cui inoltre contribuisce un’altra nota ‘sacerdotessa’ del genere, Jayn Maiven di Darkher, presente anche altrove nell’album. Infine, la chiusura è affidata alle lente e austere cadenze di “Hemkomst” e alla voce intrisa di maestosa sacralità, sullo sfondo di paesaggi che si immaginano sterminati e suggestivi, forse poveri di colori ma traboccanti di una poesia prorompente cui, grati, non possiamo che abbandonarci.

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