Niemandsrose: Stalingrad

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Pubblicare oggidì un’opera, la propria opera, esclusivamente in vinile, è gesto che può precludere una sua più ampia visibilità; vero che il formato è in ripresa, oggetto di rivalutazione, e che il ricorso ad esso può apparire anche atto snobistico di sfida, ma non è certamente questo il calcolo che ha determinato la scelta di Giuseppe Argentiero (già nei Vostok, che conobbi per la partecipazione alla compilation-tributo ai Novembre “A treasure to find”). La quale va interpretata non attribuendole nulla di più di quello che è, ovvero la volontà di rendere quanto creato ancor più incisivo. Più bello, perché la bellezza la si deve apprezzare con tutti i sensi. Non solo udire, ma anche toccare, osservare ogni minimo dettaglio della confezione austera nei colori adoprati ma ricca di particolari, come il foglietto che ne spiega l’origine, la cartolina recante il numero della copia (la mia 69/200), la stessa copertina, in bel cartoncino. Eppoi, prime fra tutto, le canzoni. Che sono tre.

“Ultime lettere da Stalingrado” è una raccolta di epistole che mai raggiunsero la loro destinazione. 1942, la battaglia che prende il nome dall’ex Volgograd stava vivendo le sue settimane decisive. Contro di essa si frantumò l’avanzata dell’armata tedesca.

Quei mesi terribili per l’una come per l’altra parte, sono stati indagati da libri, saggi, pellicole. Canzoni. Come “Monica”, resa così viva dall’interpretazione di Victor Alexander Valdemar. Chiude il lato B, che con la scarnificata strumentale “L’orizzonte brucia (dove cammini tu)” rappresenta la parte più riflessiva, più introversa di Stalingrad. Quella dove il tocco di Argentiero suscita emozioni lavorando per sottrazione, asciugando la trama, che invece in “Love song in Stalingrad” è più rigogliosa, rifinita, ricca di suoni, elegante negli arrangiamenti. E’ quasi un percorso quello al quale ci accompagna Niemandrose. L’acquisizione della consapevolezza. Chitarre, sassofono, fisarmonica, basso, violini, percussioni, il canto di Furyo Biagioni stendono sulla tela i colori che richiamano l’autunno morente, l’inverno terribile pare attardarsi, non voler ancora arrivare, ma le prime avvisaglie del gelo che arriverà già si scorgono, al mattino.

Le parole di “Monica”, pronunziate dalla voce ferma e pacata di Valdemar, sono segnate da un sentimento di fine ineludibile, di un destino che comunque si compirà, al quale non si può fuggire. Stringono il cuore in una morsa. Perché vere. Quante altre parole di tale tenore conta la Storia che non è quella dei condottieri, bensì quella che merita anch’essa la maiuscola, essendo quella reale, della paura, del coraggio, del sacrificio. Da qualsiasi fronte provengano le sue fonti, perché non v’è differenza, è la Morte che attraversa i campi di battaglia, ghermendo con la sua mano ischeletrita le anime che sceglie assecondando il suo piacimento in un disegno terribile che solo Lei conosce, non facendo distinzione di divisa né di ideale.

Che contrasto, fuori è primavera, fa addirittura caldo. Davanti ai miei occhi – chiusi -si stende però un manto di neve sporca, punteggiato dalla luce tremula dei falò attorno ai quali si stringe un pugno di stracci che avvolgono corpi segnati dalla fame, dagli stenti. Presto tutto sarà finito. Ella giungerà a liberarli dai patimenti, anch’ella sa dimostrarsi misericordiosa.

Giuseppe Argentiero espone la sua Arte con grande compostezza, la fine eleganza di “Love song in Stalingrad” non ostenta alcunché di superfluo, la sua stesura rivela però uno spirito avveduto, che pone grande attenzione allo svolgimento. Forse una delle migliori espressioni del suo talento. Poi “L’orizzonte brucia” con le sole chitarre classiche ad intrecciare fili fragilissimi, e “Monica”. Chissà a quale fine sarà andato incontro chi le raccolse, quelle frasi, con mano resa tremante dall’emozione.

Stalingrad è, probabilmente, uno dei dischi più belli, più intimamente potenti, che abbia mai ascoltato. Non si dilunga oltre il dovuto, tre tracce, venti minuti circa. E’ quanto basta.

“Queste canzoni sono state scritte sotto il cielo di Brindisi e Firenze”. In quei momenti, mai così simile a quello di Stalingrado.

Mi raccontava il figlio, che a volte l’anziano padre si chiudeva in se stesso, quasi a piegarsi, a cercar rifugio nella sua anima. Piangeva. Pronunciava nomi, di paesi che storpiava, di uomini che soffocava nelle lacrime. Cosa aveva visto, in quella landa gelata segnata dal passaggio degli scarponi sfondati. Quanti compagni d’arme aveva abbandonato su quel freddo giaciglio, coprendoli con sassi estratti con forza dal ghiaccio, per evitare che dei loro corpi facessero spregio i lupi. Raccontava di ombre a cavallo. Il nemico che li seguiva, che li spiava, a volte attaccava, ma solo per accelerare la loro fine. Della quale si sarebbe occupato l’Inverno. Lui ce la fece. Gli altri no.

 

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