Nytt Land: Cvlt

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Creato dalla coppia Anatoly e Natashenka Pakhalenko, entrambi provenienti dalla Siberia occidentale, il progetto Nytt Land ha pubblicato di recente l’album Cvlt, che rischia di conquistare un ruolo di primo piano nella produzione dark folk di ispirazione nordica, divenuta tanto di moda negli ultimi anni. Non si tratta, stavolta, di vichinghi e paesaggi scandinavi, ai quali ci hanno già abituato Wardruna, Myrkur e affini: la musica di Nytt Land è connessa alle tradizioni sciamaniche e popolari della Siberia, un mondo di cui si sa poco ma che appare enigmatico e di grande interesse. I temi principali riguardano la mitologia e il folklore, dall’Islanda alla Siberia, con elementi religiosi e rituali: in questa prospettiva troviamo, naturalmente, strumenti tradizionali come la tagelharpa e vari tipi di flauto, ma arricchiti da violini, chitarra e una sostanziosa parte elettronica: si può quindi dire che il sound del gruppo, con la scelta di una contaminazione di stili, ha caratteristiche di originalità che lo rendono intrigante e singolare. Si comincia con “Valhalla Rising” dove suoni dal sapore ‘pagano’ introducono in un scenario antico e misterioso, intensamente spirituale, nel quale emerge la voce di Natasha Pakhalenko con le sue notevoli potenzialità. Poi, l’atmosfera di “Song Of The Kazym Goddess” appare più cupa, scandita dal cadenzato andamento tribale del brano, e la magia del canto imperversa con tonalità ipnotiche, mentre “Rígsþula” si presenta come una sorta di suggestiva invocazione che il duo esegue insieme o in alternanza con grandissimo pathos; “Ar Hotan Imi” vede ancora una volta la parte vocale condivisa fra i due con le loro peculiarità uniche e vi aggiunge il contributo di un violino incredibile. In “Seven Spirits In White Coats” il ritmo accelera e il clima è quello di un canto popolare, mentre “Pusel ov Aki’s song”, nel suo minimalismo, è uno degli apici di poesia del disco e la sorprendente, variegata “Niðavellir” mostra un paesaggio tribale dal sapore ‘selvaggio’ soprattutto per la ritmica che ne definisce l’ossatura, davvero insolita, ma è straordinaria anche la parte vocale; in “Sólarljóð” l’elemento elettronico crea una spessa tessitura sulla quale emergono percussioni vivaci e il canto molto suggestivo: un momento di certo gradito ai fan dei Dead Can Dance. Delle restanti tracce, tutte di valore, menzioniamo “Sortunut ääni” ove canta con un’intensità indescrivibile il finlandese Jonne Järvelä e la conclusiva “Song Of The Goddess Keeper”, cui contribuisce, alla voce, Maria “Scream” Arkhipova, che chiude con toni densi e incisivi e arcane, nordiche immagini un album che va oltre i confini dei generi e rivela nuovi, inattesi orizzonti.

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