Then Comes Silence: Machine

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A distanza di circa tre anni da Blood, esce il nuovo lavoro di Then Comes Silence e il loro seguito cresce: Machine ha infatti raccolto molti apprezzamenti, anche in ambienti che, con la scena dark, abitualmente hanno poco a che fare. Concluso il connubio con la Nuclear Blast, ritoccata la line up e scelto un approccio tutto sommato più easy, la band di Alex Svenson sembra aver trovato la ‘ricetta’ definitiva: suoni oscuri ma accessibili, melodie inquiete ma accattivanti con qualche nuance decadente nonchè ‘azzeccate’ derive rock e la bella voce del frontman adattissima a questo contesto rinnovato, fanno di Machine il disco che, decisamente, si ha voglia di ascoltare al momento. L’opener “We Lose The Night” attesta la scelta ‘easy’ ma non banale, proponendo un ritmo giustamente vivace e un riff riuscito e piacevole che, in verità avrebbe funzionato benissimo anche senza la voce femminile. Subito dopo, “Devil” appare più impetuosa, quasi aggressiva, e con un andamento incalzante che ne fa la perfetta hit per le esibizioni live, mentre “Dark End”, uno degli episodi più indovinati, è un bel pezzo gothic dall’atmosfera oscura e impreziosito da una delle migliori prestazioni vocali di Svenson; in “I Gave You Everything” troviamo invece, insieme a uno dei paesaggi più cupi, un’intrigante attitudine sperimentale e vagamente ‘noisy’ cui il finale ‘tronco’ conferisce un tocco emozionante. La seguente “Ritual” si avvale del contributo di Karolina Engdahl alla parte vocale ma è pregevole più che altro per la strepitosa batteria e l’ottimo lavoro della chitarra che la rendono molto coinvolgente e anche “Apocalypse Flare”, nella sua linearità, funziona per i colori ‘gotici’, la suggestione e l’energia; “W.O.O.O.U.” più orecchiabile e pop, procura una pausa leggera e melodica, gradevole ma un filo sbiadita. Arriva poi la chitarra di “In Your Name” a ristabilire l’equilibrio con suoni dal sapore ‘etnico’ e una melodia assolutamente vincente, mentre “Glass”, altro episodio impeccabile, offre energia, dinamismo, oscurità e canto carismatico: che si può pretendere di più? In chiusura, “Kill It” rallenta per un delizioso momento wave abbinato al pathos quasi romantico della voce – ma non mancano passaggi alla chitarra di notevole sostanza – e “Cuts Inside” conclude con sonorità ‘vintage’ scandite da un basso incisivo e l’impeto giusto per palco e platea – naturalmente quando si potrà! – un album valido che consigliamo senza riserve.

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