Eryx London: Selfish

0
Condividi:

Sto ascoltando questo disco da… settimane, mesi ormai. Due/tre brani, poi una pausa, ancora uno, poi due, un riascolto… Non riuscivo a raccogliere le idee, ogni volta qualcosa si intraversava tra me ed il foglio bianco. Qualcosa di personale.

Undici brani ruvidi, non tutti immediati, però. Una voce abrasiva, rabbiosa che, una volta tanto, non offre il fianco ad ovvi riferimenti. Può piacere o meno, certo che fornisce una delle marchiature distintive di Selfish. La title-track posta all’inizio mostra le stimmate di un post/punk spigliato che poggia su di un ritmo molto sostenuto, poi ecco che “Big City” tiene fede al suo nome, il suono si allarga abbracciando una melodia marcata che non può non rimandare alla memoria degli anni ottanta, senza apparir pedissequo. E’ in questi frangenti che il gruppo mostra piena padronanza dei propri mezzi, facile sarebbe ricorrere alla citazione di comodo, più complicato mostrare il proprio spirito d’iniziativa. Un brano che, non va sottovalutato, possiede un intrinseco valore radiofonico, perché no? “Broken” è un altro episodio che il gruppo padroneggia con bravura, rimanendo perfettamente in bilico sul muro del suono eretto da una sezione ritmica dalla fisionomia ben delineata (che manterrà per tutta la durata del disco) e chitarre a tratti imperiose (“Bring me down”) e, tratto distintivo dello stile di Davide Simeon (Der Himmel Über Berlin), pronte a variare il tema assecondando l’anima di ogni singolo episodio. Frammenti death/rock che impreziosiscono la struttura di Selfish, a tratti percosso da brividi febbricitanti di rumore bianco. “Black snow – It’s you” è la ballata che evoca un paesaggio umano desolante, una lenta discesa nel baratro. E’ qui che la voce di Eryx contribuisce a rendere l’esposizione ancor più efficace e reale. Disincanto metropolitano, d’altronde l’impianto narrativo di questo disco è assai ambizioso. Anche “Believe” gioca sui chiari e sugli scuri dell’alternative-rock, se questo termine oggi ha ancora un senso, è anche grazie a canzoni come questa. Se “Parasite” si mostra in tutta la sua ovvietà di brano-invettiva, “The promise” dotata di una struttura più delineata offre ancora rifugio a chi apprezza un suono ormai divenuto classico. L’agile sezione ritmica (eccellente il lavoro di Luca Stocco) indica la strada percorsa da chitarre spesso in disparte, quasi trattenute, non volendo togliere spazio alla voce. Ma questo è un gruppo, non lo sfogo solista di una cantante che si avvale di una backing band pronta ad assecondare ogni suo capriccio, “Just a boy” torna a graffiare, “U don’t like your girlfriend” è uno di quegli episodi che mostrano devozione nei confronti del gothic/rock più introverso, mentre “Last song for A.”, ridotta all’essenziale, scarnificata, chiude Selfish offrendoci una prova eccellente della vocalist (già titolare in passato di altri progetti), fino ad ora mai così intrigante, avendo prima preferito registri ben più impetuosi. Una prova corale intensa (da verificare dal vivo, il loro ambiente naturale), un pezzo che muore piano piano, lasciandoci sospesi, un attimo di apparente calma dopo una corsa a perdifiato tra i vicoli incrostati di luridume della metropoli. O di una qualsiasi, sonnacchiosa cittadina della provincia italiana, vero?

Eryx London: voice, songwriter
Davide Simeon: electric guitar
Mick Penso: bass guitar
Luca Stocco: drums

“Filmed during our tour in England and Belgium”

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.