Paradise Lost: Obsidian

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I Paradise Lost, pilastri del ‘lato oscuro’ del metal in tutte le sua manifestazioni, sono giunti a quota sedici: Obsidian ha un po’ diviso la critica, delusa dalla formula più ‘accomodante’ e ‘ripulita’ scelta dalla band in verità già da qualche anno. I Paradise Lost sono comunque ormai una ‘macchina’ rodata, che si può permettere, con successo, incursioni in molti territori: se Obsidian non si può annoverare fra le opere più riuscite – e tanti hanno fatto notare la mancanza di pezzi realmente indimenticabili! – di certo non è da ‘demonizzare’ e rappresenta un tassello ulteriore in una carriera da ‘star’. In ogni caso, qui il mestiere c’è tutto: dalle ‘schitarrate’ ai passaggi ‘orchestrali’, dai mistici cori al cantato variegato di Holmes, ciascun elemento concorre a creare un album non grandioso ma ‘sapido’, paradossalmente più adatto a un pubblico eterogeneo che non agli abituali seguaci del gruppo. Vediamo l’opener, “Darker Thoughts”, che inizia in sordina, con ‘chitarrina’ malinconica e archi per lievitare in potenza e oscurità in un paio di minuti mentre la voce di Nick Holmes dilaga ‘distruttiva’: esordio impeccabile che non fa rimpiangere i Paradise Lost più epici. Subito dopo, “Fall From Grace”, uscita anche come singolo – si vorrebbe dire ‘inevitabilmente’ – ‘spazza’ lo scenario con la forza di una chitarra di carattere e la seguente “Ghosts” parla al cuore dei ‘gotici’ con basso e chitarra davvero efficaci. Il mood si ‘affloscia’ un po’ nella successiva “The Devil Embraced” che opta per sonorità solenni, vagamente pompose e ‘sovraccaricate’ da tastiere anche troppo percepibili, mentre “Forsaken” risulta gradevole ma non è certo fra i pezzi destinati a restare nella storia. Poi, “Serenity” punta sull’impeto di una chitarra ‘ficcante’ e sulle tonalità ‘gutturali’ del canto, quanto di meno ‘sereno’ si possa, in realtà immaginare, e “Ending Days” offre un intermezzo destinato agli spiriti più sensibili, con suoni struggenti, in gran parte accessibili; “Hope Dies Young” si serve, ancora una volta, di canoni assai ‘gotici’, disegnando un’atmosfera a tinte davvero dark. In chiusura, “Ravenghast” incede maestosa e lugubre fin dall’inizio al piano per offrirci visioni drammatiche nonchè lievemente ‘barocche’, ‘squassate’ dalla voce inconfondibile e incise dalle strazianti note della chitarra: un finale degno e, sinceramente, al di là di ogni critica possibile. Delle due bonus track, ci piace soprattutto la corposa, cupissima “Defiler”, che di certo, dal vivo, deve fare un figurone.

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