Deus Faust: Weltengeist 

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Il duo composto da Raymond Nelson e André Savetier ha pubblicato un nuovo album, per il Collettivo Wave.Noir fondato dallo stesso André, sul quale vorrei spendere due parole, sia per l’ovvia associazione mentale, considerate anche le origini di André con lo storico NSK, sia per la bontà del progetto stesso, che si propone come collettivo per l’auto produzione e promozione di nuova musica “oscura. Pur essendo di recente fondazione vanta già un discreto numero di artisti promettenti, tra cui la cantante violinista argentina Valentina Maurino.

Ma ora torniamo a Weltengeist, un album che suona più maturo e soprattutto più intimo ed introspettivo del precedente: è aperto da un’intro strumentale che porta lo stesso titolo dell’album, dove si fondono sonorità oscure di fondo con luminosi accordi di tastiere in tonalità alte, forse a rappresentare la dicotomia realtà-aspirazione.

“Aphegesis” è malinconicamente oscuro, come l’amore tra due creature ferite: ha un testo che mi ha colpito molto e che, credo, possa rappresentare chiunque si occupa di musica, soprattutto con un approccio multilaterale. Ne voglio citare alcune righe: “Per dare un senso a questo mondo – raccolgo narrative. Le persone mi raccontano le loro storie, io le faccio diventare musica, sogni, poesia”.

“1000 nights” è ispirato a Sherazade, al fascino delle storie e della sua autrice, che si snoda su un tappeto sonoro discreto e mesmerico, note che si elevano verso l’alto come per raggiungere il mondo della fantasia, dei sogni.

“Missing places” unisce a delle tastiere ipnotiche dei riff di chitarra gotici, più graffianti ed oscuri, come il testo che tratta ancora una volta di esistenze tormentate, che si muovono funambolicamente in bilico tra speranze e paure.

“Hotpur” strizza l’occhio a l’elettronica teutonica, con ritmi più vivaci ed inserti rumoristi che fanno da colonna sonora ad un testo cupissimo, che fa pensare all’esistenzialismo di Ian Curtis.

“Vertigo” segue sulla stessa linea, con un ossessività che si avvicina a “Galleries of Pain” dei Placebo Effect… le vertigini ed il malessere, il dolore quando la realtà prende il sopravvento con la sua durezza.

“Heart beat me”, anche grazie alla voce potente e profonda di Marta Raya, suona come un duetto tra Rozz Williams e Gitane Demone in chiave elettro dark; un grande pezzo, danzabile, oscuro e profondo allo stesso tempo.

“Telesto XIII” ritorna su melodie più lente che racchiudono una certa dualità che ben si sposa con il testo che André interpreta sul filo tra “spoken words” ed un cantato quasi accennato che mette in risalto la carica emotiva ed enfatica della sua voce.

“The end of everything” è lenta ed intrisa di malinconia nichilista, come la fine, di un’illusione, della fede, forse di un amore, Un pezzo triste, come un risveglio dopo un sogno che avremmo desiderato non finisse mai.

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