Jehnny Beth: To Love Is To Live

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Che le Savages stessero imboccando strade diverse e Jehnny Beth avesse in mente di mettersi ‘in proprio’ era nell’aria già da un po’: eclettica e inarrestabile, Camille Berthomier ha dato vita a una quantità di iniziative, alcune in connubio con il compagno Johnny Hostile. L’uscita del disco To Love Is To Live non ci coglie dunque impreparati e vi abbiamo dedicato tutto l’interesse possibile. Stando a ciò che si è letto in giro, l’ispirazione per l’album sarebbe nata con la morte di Bowie e la pubblicazione del suo ultimo lavoro e, come è stato per Blackstar, ha natura strettamente personale, poichè conterrebbe riferimenti anche a fatti privati, in sostanza una sorta di diario. La grinta di Jehnny Beth qui emerge potente ma non solo quella: vi sono, infatti episodi in cui l’abituale aggressività del personaggio si stempera in momenti meditativi, che emanano soltanto malinconia e solitudine, e sono quelli che ad alcuni sono piaciuti meno. In realtà, mai come in To Love Is To Live la versatilità dell’artista dà i frutti migliori e rende l’ascolto del disco intrigante al massimo. Inoltre, le importanti collaborazioni cui abbiamo accennato qui hanno contribuito ad accrescere il valore di questa musica che, forse, segna il distacco da uno stile che aveva procurato alle Savages un seguito numeroso e affezionato: nella formula scelta, infatti, manca la chitarra di Gemma Thompson e prevale la presenza elettronica… per chi abbia conosciuto le Savages, è un bel cambiamento. L’inizio di “I Am” già rende l’idea: se il verso di apertura – I am naked all the time/ I am burning inside – esprime un’inquietudine che non ci sorprende, le sinistre note elettroniche aprono gli orizzonti inediti di un tormento che solo la voce intensa di Jehnny sa rendere appieno. L’incalzare di “Innocence” ci restituisce una ‘parvenza’ di Savages almeno nei passaggi elettronici più duri mentre in quelli più lenti e melodici emerge la Jehnny Beth che conosciamo meno: la stessa che in “Flower” dispensa passionale sensualità e in “We Will Sin Together” parla di vita e amore fra languidi cori. Poi, “A Place Above” è un breve intermezzo narrato dalla voce di Cillian Murphy, mentre “I’m The Man”, uno dei brani più significativi cui ha collaborato, fra gli altri, Atticus Ross dei NIN, ci fa ritrovare la Jehnny Beth arrabbiata anche se, nuovamente, non manca il momento onirico che non ci aspettavamo; non giunge più inattesa, dunque, una straniante e un po’ ‘sconnessa’ ballata al piano come “The Rooms”. Se quindi in “Heroine” il canto ‘sfrontato’ – è Jehnny Beth l’eroina, lei stessa lo ammette! – è abbinato ad un arrangiamento variegato nel complesso poco aggressivo, l’‘arruffata’ “How Could You”, alla quale partecipa Joe Talbot degli Idles, è onestamente assai difficile da classificare. Infine, “French Countryside” tutta piano e toni evocativi e “Human”, un po’ più lunga e decisamente curiosa e imprevedibile, concludono questo album che, al primo ascolto, lascerà interdetti ma poi potrà piacere tanto, così come è successo a noi.

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