The Coventry: Unspoken

0
Condividi:

Fra le poche band di ispirazione postpunk che si concedono il lusso di non restare ancorate ai soliti canoni, sperimentando anche soluzioni sonore diverse, i pugliesi The Coventry possono ora permettersi di proporre una raccolta di out-takes e tracce inedite rimaste fuori dalle release precedenti: un’operazione analoga a quella effettuata recentemente dagli Wire con 10:20 (di cui presto parleremo) e, come per l’altro più celebre gruppo, il risultato è molto soddisfacente. Sarà che, di questi tempi, aver sviluppato un proprio stile è un grande traguardo o che, comunque, la musica offerta in Unspoken – questo il titolo del disco – è di valore, gli otto brani si ascoltano e ri-ascoltano con piacere e interesse. Cominciamo con la brevissima “Democracy is Falling Apart”, episodio assai bello, pervaso da una forza dirompente e ricco di tese e misteriose suggestioni. Subito dopo, “Life’s Like A War”, pezzo ballabile per eccellenza, esordisce con poche, raffinate note sintetiche per introdurre uno scenario di tormentata oscurità ma definito dalla ritmica che occorre e animato dalla voce di Manfredi, qui al massimo della forma, mentre “Word Promises Lies” che, come si è letto, faceva parte del repertorio dei Terminal Front, il progetto che ha preceduto l’esperienza The Coventry, dopo l’omaggio iniziale ai Kraftwerk si dilata in visioni fluide, suscitate da tastiere ‘tintinnanti’ e da un canto variegato non privo di pathos; “It Must Be Carnival”, anch’essa adatta al dancefloor, con il suo ritmo vivace e il motivo orecchiabile è una riuscita incursione nel synthpop più nobile. Quindi, “Silent for Too Long II” – “Silent for Too Long si trovava in Deep Detachment! – opta per suoni introspettivi con una chitarra malinconica e sofferta ed una trama elettronica dal sapore ‘goticheggiante’ e “The Lovely Bones”, con le sue sonorità drammatiche e vigorose al tempo stesso, abbina una chitarra di rilievo alle note ‘argentine’ della tastiera; “Ferociously Enchanting”, con l’andamento lentamente scandito e l’elettronica sinistra, è forse il momento più cupo e inquietante. Infine, “Kind”, in cui i due vocalist si alternano con abilità, si cimenta con suoni ‘muscolosi’ vicini all’electro, dimostrando dunque che originalità e fantasia sono possibili… anche se il postpunk ha ormai una storia lunga anni.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.