Hilary Woods: Birthmarks

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Ex bassista della rockband indie JJ72, dopo un periodo di inattività musicale, Hilary Woods ha intrapreso la carriera solista approdando alla Sacred Bones Records con il debutto, Colt, e quest’anno con Birthmarks. Il secondo è un lavoro complesso e concettuale sul piano del contenuto, giacchè affronta il tema della maternità in una prospettiva personale ed emozionante; musicalmente è definito da una formula vicina al folk oscuro con una forte componente elettronica e occasionali derive ‘industriali’ – dei diffusi rumorismi si è occupato il norvegese Lasse Marhaug, specialista in questo campo – per arrivare a un amalgama originale e di grandissimo interesse. L’artista, dedita anche alle arti visuali, ha per altro dichiarato di essersi ispirata ai dipinti di Francis Bacon e alle fotografie di Francesca Woodman, e di questo testimonia anche la rilevante qualità espressiva di certi passaggi, semplici soltanto in apparenza. Si comincia con “Tongues Of Wild Boar” e il suo mood solenne – per la densità elettronica dell’inizio e a metà del brano, l’andamento scandito e la presenza di archi – ma profondamente ‘privato’, che crea subito il contatto con l’intimo dell’autrice. Poi, “Orange Tree” evidenzia influssi folk in un’atmosfera lugubre, nonostante voglia raccontare l’esperienza della gravidanza, qui vista manifestamente come una situazione drammatica, mentre la splendida “Through The Dark, Love” comunica efficacemente la desolazione interiore con il canto che alterna tonalità soavi a sussurri abbinato alle tristissime note degli archi e “Lay Bare” dipinge uno scenario fra lo spirituale e il mistico; “Mud and Stones” illustra quanto anche il sax possa, a volte, suonare spettrale. Molto interessante ma straniante “The Mouth”, vero esemplare di sperimentalismo composito, imbevuto di rumorismi ‘abrasivi’ in contrasto sorprendente con la delicata parte vocale: una scelta apparente di disarmonia, propria anche di altre tracce, almeno quando non prevale l’autentica ispirazione ‘industriale’ (per esempio nella seguente “Cleansing Ritual”). Infine, “There Is No Moon”, con le note sconsolate di un piano ‘polveroso’ e la voce che sembra provenire dall’anima, rappresenta una chiusura assai tetra di un disco non facilmente accessibile ma di certo intrigante.

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