Frank Never Dies: Behind the Paradox

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“Frank Never Dies è una band nata nel 2018 da un’idea del chitarrista Mirko Giuseppone (ex Sisma Drive), proveniente da esperienze nell’ambito alternative rock/post grunge e dall’incontro con Simona Ferrucci (Winter Severity Index) ai synth.

Si uniscono alla band Maurizio Troia (ex Shots In The Dark, Secret Love Corner, Café Noir) bassista di eterogenea ispirazione, dal funk allo ska fino al post-punk, e Luca Zannini, giovane batterista, già turnista in ambito indie per il cantautore Foscari.”

“All’inizio ho composto i primi brani da solo, senza ancora sapere di quale tipo di formazione avessi bisogno. Dopo si è aggiunta Simona ai synth e abbiamo deciso di cercare la sezione ritmica. Il caso vuole che proprio in quel periodo Maurizio ha contattato Simona per sapere se aveva qualche progetto musicale dove poteva inserirsi. Per la batteria abbiamo avuto una parentesi di qualche mese con Andrea Kikazaru degli Otus, ma per problemi d’impegni ha lasciato il progetto. Un mio carissimo amico, molto lontano dall’ambiente musicale, mi ha consigliato l’unico batterista che conosceva, ovvero quello attuale: Luca Zannini.”

“La musica dei Frank Never Dies è caratterizzata da atmosfere malinconiche e aggressive, un dialogo melodico fra il sound vintage analogico dei synth e le chitarre d’ispirazione ’70 che si evolve in una successione di momenti ritmici differenti, come in una sorta di colonna sonora.”

“Parlando di influenze musicali il mio background spazia dall’hard rock degli anni 70 al grunge, post-grunge, alternative rock. Ho avuto per anni un tributo agli Audioslave dove proponevamo anche i Soundgarden e qualcosa dei Temple Of The Dog. Dopo ho fondato i Sisma Drive, una band rock post-grunge, alternative rock con voce femminile e testi in italiano.

“Quando ero ragazzino, da appassionato di cinema, notavo che ogni film (soprattutto i blockbuster americani) aveva i classici canoni prestabiliti: personaggi e azioni stereotipate ecc. ecc. Fino a qui nulla di nuovo, se non per il fatto che se c’era un personaggio chiamato Frank e non era il protagonista, al 90% moriva. L’ho trovata una cosa simpatica all’inizio, soprattutto perché nessuno se ne accorgeva. Amici mi hanno esternato il fatto che il numero di film in cui accade questo era considerevole ma, sebbene fosse palese, se non gli avessi fatto notare la cosa non se ne sarebbero mai accorti. Il senso del nome è proprio questo: ci pongono sempre di più delle strutture prestabilite a nostra insaputa, così ovvie che non riusciamo neanche più a individuarle. Dovremmo invece accorgercene e invertire la tendenza, facendo cinema, musica e qualunque forma di espressione svincolati, per quanto possibile, da canoni imposti. Per contrasto appunto Frank non deve morire.”

“Il progetto è nato in un periodo difficile della mia vita, dove, a causa di problemi personali, avevo seriamente pensato di mettere da parte qualunque realizzazione artistica. Con l’aiuto di Simona ho ripreso fiducia nelle mie capacità e ripreso a suonare con più concretezza e decisione.

Più di una traccia parla della mia rinascita (“Waiting for a new day”, “Ashes”, “Reborn”).”

“Il paradosso nel titolo Behind The Paradox è il seguente: le situazioni vengono valutate ostinatamente solo da un punto di vista, portando inevitabilmente a sofferenza. Paradossalmente le questioni devono essere osservate anche e soprattutto dal loro lato opposto per comprenderle appieno. Paradossalmente quindi i problemi vanno affrontati guardandoli dal lato opposto. Riguardo al logo, somiglia volutamente a un occhio, richiamando la questione dell’osservazione di chi assimila inconsapevolmente messaggi nascosti.”

C’era stato un tempo quando preoccuparsi di fare qualcosa di nuovo non era troppo compromesso dall’aver assorbito tutto quello che c’era stato prima.

Si passavano i sabati pomeriggio a cercare nuovi gruppi fra gli scaffali o a scambiarsi cassette con quello che arrivava nei negozi di dischi.

Questo è uno di quei dischi che potrebbe tranquillamente essere uscito qualche tempo dopo quel periodo… solo che è inaspettatamente uscito quasi una trentina di anni dopo, saltando tutto quello che è successo prima durante e dopo… beh… forse quello era successo prima non lo hanno mai dimenticato pur avendone fatto una buona reinterpretazione personale. E aspettarselo dopo aver ascoltato musica per anni è ancora una bella sensazione.

Mi capita spesso di dover accostare influenze, trovare gruppi di riferimento per trovare parole equivalenti nel suono di altri gruppi e qui riesco a trovarne ben pochi, se non principalmente per ricordarmi solo certe atmosfere post-rock che si riallacciano all’immensità della cold-wave e del post-punk. Qualche eco lontano di darkwave e anche rock progressivo con inaspettate e sinistre incursioni di noise e rock psichedelico.

I God Machine hanno preso strade simili, ma hanno poi preso svolte differenti.

Behind The Paradox è un viaggio di 41 minuti fatto dai tappeti analogici di Simona, supportati dalla chitarra di Mirko, dalla precisa sezione ritmica di Maurizio al bass, e dal groove della batteria di Luca. Un batterista versatile che ha sposato davvero bene l’atmosfera del gruppo.

L’immensità sognante del dopo post-punk etereo nella traccia di apertura, “Waiting For A New Day” e che nella traccia successiva, “Ashes”, si sposta nei territori melodici della darkwave e il noise del post-rock.

L’ossessione ipnotica di “No Signal” a cavallo tra la Kosmische Musik dei Tangerine Dream e gli Alan Parsons Project. Una di quelle canzoni dall’incedere progressivo e ipnotico che se anche se ascoltata in condizioni ‘sobrie’ riesce a provocare lo stesso effetto lisergico… Al loro concerto anche se un paio di birre potevano far pensare a qualche dovuto effetto collaterale… mi ero solo lasciato perdere nel viaggio tra le note cercando di raggiungere quella voce ancestrale che sentivo venire da lontano nascosta fra le note. È il pezzo che potrei ascoltare all’infinito. Le chitarre si incastrano con i tappeti analogici di tastiera mentre la sezione ritmica viaggia in sinergia tra una strofa e l’altra.

“Reborn” con la perfezione dei tessuti di tastiere da colonna sonora sci-fi ritorna verso la melodia controllata degli intrecci melodici della darkwave e del rock. Probabilmente uno di quei pezzi che incontrerà parecchi favori nella rotazione delle radio alternative.

In “Clubber Lang” lo stile progressivo delle tastiere si sposa alla perfezione con la ritmica che le accompagna in un viaggio lisergico e psichedelico degno dei migliori Pink Floyd che incontrano Le Orme, Van der Graaf Generator e CSI.”È l’unico pezzo composto dall’intera band. Il titolo richiama l’antagonista di Rocky, in Rocky 3, personaggio animato da una rabbia personale e da una frustrazione dovuta alla discriminazione razziale che lo porta a reazioni esagerate e fraintese. Ciò lo rende il “cattivo” della storia, quando in realtà è quasi una vittima della sua vicenda umana. Ovviamente è un perdente al quale sfugge la finalità ultima dell’attività che svolge.”

C’è un sapore misterioso ed etereo che accompagna queste sette tracce strumentali. E “The Compleat Traveller In Black” le riassume un po’ tutte. Melanconico ma non troppo. E anche sognante. Come quella sensazione appena alzati ricordando ancora per qualche istante la trama dell’ultimo sogno. Pur non essendo affatto shoegaze ne ricorda le atmosfere. Un altro viaggio che come colonna sonora alla raccolta omonima di racconti a cui si sono ispirati non sfigurerebbe affatto. “Il titolo è ispirato al libro di John Brunner, Il viandante in nero. È un libro fantasy che lessi proprio nel periodo che stavamo componendo, mi colpì molto la trama. In un mondo fantastico, un’entità ultraterrena viaggia tra dimensioni e pianeti diversi esaudendo i desideri di qualunque essere vivente pensante. Temuto da tutti, considerato un portatore di sventure, egli, affranto, esterna a tutti che non può esimersi dal soddisfare quello che gli viene richiesto, sono i desideri degli altri a non essere giusti per le loro fortune.”

Chiude il disco la melanconia acustica di “Meet Again”. E anche se Disintegration dei Cure non c’entra nulla… il sapore che lascia dopo ripetuti ascolti viaggia sugli stessi binari pur fermandosi in stazioni differenti. “Il pezzo è una ballad che composi da solo, prima di dargli il nome lo feci sentire a Simona, senza rivelarle che era dedicato a lei. Nell’ascolto si emozionò, capii quindi di esser riuscito a fare un pezzo sincero con un messaggio chiaro, senza usare le parole. La canzone si chiama “Meet Again” perché io e Simona ci conoscevamo già da anni, ma per vari motivi non siamo mai riusciti a incontrarci e conoscerci veramente.”

Il disco esce per la BloodRock Records di Genova con numero di catalogo BRRCD039. L’etichetta da sempre si muove a metà tra territori progressive (La Morte Viene Dallo Spazio) e wave (Der Noir, Winter Severity Index fra gli altri). Inizialmente progettato per un’uscita ad Aprile, a causa di pandemie e allarmi vari si è optato per un uscita ufficiale il 25 Settembre 2020. Autore della grafica essenziale e minimale della copertina e anche del sito ufficiale del gruppo è il chitarrista Mirko. Complimenti.

Spero di poterli incontrare presto nel capitolo successivo di questo disco che hanno già cominciato a comporre.

 

OFFICIAL WEBSITE: https://www.frankneverdies.com/

GALLERY: https://www.frankneverdies.com/GALLERY%20UFFICIALE/gallery/page1.html

BANDCAMP: https://frankneverdies.bandcamp.com/

FACEBOOK: https://www.facebook.com/FrankNeverDies/?modal=admin_todo_tour

YOUTUBE: https://www.youtube.com/channel/UC81tOiYKEAe1NXVOLV8Gg2g/

INSTAGRAM: https://www.instagram.com/frankneverdies/?hl=it

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