Rome: The Lone Furrow

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Jérôme Reuter conferma di essere in uno stato di grazia: dopo l’ottimo Le ceneri di Heliodoro e l’interlocutorio The Dublin Session se ne esce ora con The Lone Furrow, un altro poderoso disco che continua il suo discorso sulla decadenza della civiltà occidentale. Forse i fan della prima ora erano rimasti un po’ delusi dall’ultima produzione di Rome che vedeva il nostro sempre più nelle vesti di un oscuro chansonnier sulle orme di Leonard Cohen. Nonostante la qualità della musica sia stata sempre buona (la capacità di scrivere grandi canzoni non è mai venuta meno), l’impressione è che Jérôme Reuter si stesse rinchiudendo in una proposta troppo scarna e, a tratti, monotona. Reuter deve aver capito che non tutto stava funzionando alla perfezione. Con il citato Le ceneri di Heliodoro è tornato alle sonorità neo-folk e martial-industrial che avevano caratterizzato i suoi primi lavori. The Lone Furrow si riallaccia proprio a quell’ispirato disco: c’è lo stesso senso di ineluttabile decadenza e lo stesso sguardo desolato verso il mondo moderno. In questo senso Rome filosoficamente si pone nel solco di gruppi come Death In June e Sol Invictus e di scrittori come Ernst Junger ed Ezra Pound.

In ogni caso The Lone Furrow gode di una scrittura felice e certifica la ritrovata verve di Rome. Siamo di fronte ad una sorta di concept basato sul tema del Kaly Yuga. Secondo l’interpretazione della maggior parte delle Sacre Scritture il Kaly Yuga è un’era oscura (quella che stiamo attualmente vivendo), caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale. Reuter ha collaborato, per l’occasione, con lo scrittore finlandese Aki Cerderberg, autore del fondamentale libro Journeys In The Kaly Yuga: A Pilgrimage From Esoteric India To Pagan Europe. Possiamo ascoltare la voce di Cerderberg e i suoi ammonimenti sulla vacuità della moderna civilizzazione in “Masters Of The Earth”, la prima traccia dell’album che lascia poi spazio alla leggiadra e sontuosa “Tyriat Sig Tyrias” dove troviamo la voce di Ezra Pound (un nome di culto all’interno della scena neo-folk e martial visto che anche i Blood Axis l’avevano utilizzata). In “Ächtung, Baby” (niente a che vedere con gli U2!) è presente alla voce Alan Averill dei Primordial, gruppo di black-metal. Evidentemente ci sono delle affinità fra la scena metal e quella neo-folk visto che anche i Sol Invictus collaborarono con Don Anderson degli Agalloch. Dopo il breve recitato di “Making Enemies In The New Age” (le atmosfere mi hanno ricordato alcuni intermezzi desolati presenti in Brown Book della Morte in Giugno) è la volta di “The Angry Cup”, un vero e proprio anthem, un brano potente e deciso che colpisce nel segno (con ospite Nergal, musicista polacco frontman del gruppo black/death metal Behemoth). “The Twain” ci riconsegna il Rome più intimista e crepuscolare. “Kali Yuga Über Alles” (che fa il verso a “California Über Alles dei Dead Kennedys) si pone invece da subito come uno dei nuovi classici di Rome con le sue ritmiche marziali e il coro che ripete ossessivamente le parole “Kali Yuga Über Alles”, vero inno mantrico per esorcizzare le cattive vibrazioni. La parte centrale del disco (con “The Weight Of Light” e la pianistica “The Weight of Light”) ci porta dalle parti di certi momenti dei Blood Axis più oscuri e decadenti mentre “On Albion’s Plan” riverbera delle recenti suggestioni “gaeliche”. “Palmyra” (brano cantanto in francese e dalle atmosfere eteree) è sicuramente uno degli episodi più emozionanti e simbolici di questo lavoro con il suo esplicito riferimento agli scempi perpetrati dagli jihadisti in quello storico sito. La successiva “Obsidian” è cantata in tedesco ed è un altro inno neo-folk accorato e sincero che celebra Enrst Junger. D’altra parte l’autore del Trattato del ribelle  e di Sulle scogliere di marmo è da sempre una delle maggiori influenze di Jérôme Reuter. “A Peak Of One’s Own” chiude il cerchio con parole recitate che si ricollegano al Kaly Yuga e alla prima traccia.

The Lone Furrow è un disco pieno di antichi simboli che risulta essenziale in questi tempi cupi. Quel che colpisce di Jérôme Reuter è la sua capacità di mantenersi costantemente a ottimi livelli a differenza di altri artisti neo-folk che lo hanno preceduto come i Death In June.

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1 comment

  1. Christian Princeps 3 Settembre, 2020 at 17:00

    A proposito di Ezra Pound e neofolk, è famoso anche l’incipit di “Gold is king” dei Sol Invictus, dove si sente il poeta americano recitare il suo celebre cantos xlv contro l’usura. Sono d’accordo con Caesar, la svolta cantautorale dei Rome non aveva convinto neanche me, nonostante fosse stata ampiamente sopravvalutata dalla stampa.

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