The Psychedelic Furs: Made Of Rain

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Prima o poi doveva succedere: il ritorno, dopo un tempo davvero considerevole, di uno dei gruppi ‘mito’ dei nostri 20 anni. In un passato indimenticabile, infatti, ci siamo ‘nutriti’ della seducente voce di Richard Butler e anche delle note briose, brillanti, variegate di questa band che tanto ha insegnato a tanti, in particolare per quanto riguarda la lodevole pratica della contaminazione… lodevole soprattutto quando è associata all’originalità. Prima di parlarne qui, abbiamo comunque atteso di aver ascoltato questo nuovo lavoro più volte, cercando di ritrovare emozioni e sensazioni. Ma Made Of Rain non è un’operazione nostalgia e neanche, crediamo, un canto del cigno. Più che altro è lo specchio di ciò che gli Psychedelic Furs sono ora e il loro accettarsi nel ruolo attuale: musicisti che conoscono bene il mestiere, ricchi di estro creativo nonostante il tempo trascorso, fortunatamente sempre energici e aperti, con un bagaglio di esperienza che può ancora interessarci. Sì, come alcuni hanno notato, la celebre voce non è più la stessa, ma questo disco del 2020 ci racconta comunque molto.
Non è certo il caso di rievocare il significato che gli Psychedelic Furs hanno avuto negli anni ’80 nè dilungarci sulla formula abbastanza unica che, all’epoca, hanno saputo creare. Partiamo direttamente dall’oggi, che vede i due fratelli Butler ovviamente sempre presenti, insieme ad alcuni altri membri meno regolari, fra cui Rich Good alla chitarra, Amanda Kramer alle tastiere o Paul Garisto alla batteria. Per quanto riguarda lo stile, è chiaro che qui viene ripreso il discorso interrotto circa un trentennio fa: un rock elettronico di matrice postpunk, molto raffinato e aperto alle influenze più varie, dal folk al synth pop, senza tralasciare la psichedelia, in sostanza un potpourri ‘profumato’ e affascinante, lontano dalle definizioni. Made Of Rain non è destinato a rinverdire i fasti di Talk Talk Talk o Forever Now ma offre diversi momenti di grande valore e si mantiene sempre ad un certo livello, anche se – per onestà va detto – il sound risulta qua e là un po’ datato. Si comincia con “The Boy Who Invented Rock’n’Roll”, uno degli episodi più fantasiosi: pieno, pienissimo di suoni e colori, frizzante in apparenza ma in realtà vibrante di tensioni anche cupe, stemperate nel finale trasognato, rappresenta un inizio di tutto rispetto. Nella successiva “Don’t Believe” si ritrovano le modalità espressive che ben conosciamo, tanto che il brano avrebbe potuto entrare in uno degli album del passato; lo stesso può dirsi della bella ed evocativa “Wrong Train” mentre “You’ll Be Mine” sperimenta con successo canoni rock anni ’70. Il mood diviene sentimentale in “This I’ll Never Be Like Love”, in cui si apprezza il sax di Williams più che la chitarra un po’ pesante in fondo, e si trasforma in meditativo in “Ash Wednesday” con il suo arrangiamento di nuovo ricco e complesso; “Come All Ye Faithful” ha una melodia gradevole ma è forse fra le meno interessanti. “Tiny Hands” e “No-One” optano per soluzioni ‘romanticheggianti’ un po’ vecchia maniera ma l’intensità di “Hide The Medicine” è decisamente tutta da godere; menzioniamo, per finire, soltanto “Stars”, in cui l’atmosfera malinconica ed evocativa della prima parte cede il posto, nella seconda metà, a un rock epico e appassionato ampiamente ‘governato’ dalla chitarra: conclusione inattesa ma certo riuscita di un disco non storico, ma cui ci si potrà senz’altro affezionare.

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