Ulver: Flowers Of Evil

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Flowers Of Evil, il nuovo lavoro degli Ulver, ci prende in contropiede come fu per The Assassination Of Julius Caesar: del resto, nonostante nel frattempo ci sia stata l’uscita di Drone Activity a ricordarci che le scelte di stile possono anche non essere definitive, è al synthpop dell’album precedente che quest’ultimo si riallaccia, collegandosi ad un’attitudine altrettanto complessa e più rilassata soltanto in apparenza. Il titolo del disco, che cita apertamente Baudelaire, ci fa comprendere che Flowers Of Evil non è affatto un momento leggero e ‘ricreativo’, ma contiene un nucleo oscuro che in The Assassination Of Julius Caesar, incentrato su un lirismo più che altro malinconico, forse si percepiva meno. Non che l’album non abbia momenti piacevoli ma questi vengono spesso ‘controbilanciati’ da ‘semi’ malefici, che conducono a scenari più cupi. L’opener “One Last Dance” esordisce con un contesto soprattutto nostalgico e suoni decisamente ‘vintage’: impossibile, qui, non apprezzare la chitarra di Christian Fennesz, ospite in vari passaggi, e la voce di Kristoffer Rygg, molto carismatica ed emozionante. Anche “Russian Dolls” si cimenta con il sound anni ’80: il brano risulta in verità più ‘leggerino’ e orecchiabile, curioso se, come si è letto, l’ispirazione proviene da un film svedese del 2002, Lilja 4-ever, dalla tematica alquanto dolorosa; vale la pena, in effetti, guardarne il video, ambientato nel noto quartiere londinese di Thamesmead. Orecchiabile può essere definita anche la seguente “Machine Guns And Peacock Feathers” ma il mood è in questo caso più tetro e si abbina al contenuto politicamente impegnato del testo, mentre la bella “Hour Of The Wolf” è addirittura connessa all’omonimo film di Bergman e la sua atmosfera è talmente oscura da fare male; “Apocalypse 1983” è un esemplare abbastanza classico di synthpop, uno stile che un po’ contrasta, in effetti, con l’idea che lo anima, legata a un tragico fatto di cronaca, l’assedio di Waco, avvenuto negli Stati Uniti nel 1993. Quindi, se “Little Boy” viaggia su convenzionali sonorità ’80 per regalare poi una chiusa quasi sperimentale, “Nostalgia” è un salto in un passato pieno di umori melodici tenui ed evocativi; “A Thousand Cats”, infine, grazie soprattutto alle tristi note di piano, conferisce l’ultimo tocco drammatico ad un disco per il quale specialisti e fan degli Ulver di certo si accapiglieranno ma, per noi, merita semplicemente di essere ascoltato con obiettività.

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