Deftones: Ohms

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Annuncio di un nuovo disco. Attesa che via via si fa tensione alimentata da campagne promozionali studiate nei minimi particolari. Poi la pubblicazione, la repentina scalata delle classifiche (?), il fuoco di fila delle recensioni (sovente in anticipo rispetto all’evento), tante, troppe… Tutto però brucia in fretta. Banstano alcuni mesi, poi cala il silenzio. Chi si ricorda di “Fear inoculum”?

Camillo Moreno, Abe Cunningham, Chi Cheng e Stephen Carpenter. Anni ottanta all’epilogo. Sacramento, California. Una gang. Lo skateboard comune passione. E la musica, ognuno dei quattro con gusti propri, spesso contrastanti, apparentemente inconciliabili. E’ qui che si forma la base solida dei Deftones. Talmente resistente da permettere loro di sopravvivere, come individui e come gruppo, alla perdita di Cheng. Ma questo è già stato scritto e tramandato.

Che disco è Ohms? E’ “semplicemente” un disco dei Deftones. Di un insieme maturo che ha edificato la propria carriera partendo dal nulla. Curioso, attento alla costruzione, all’incastro perfetto di sonorità spigolose, aspre, capace di trasformarle in epiche visionarie, moderne. Di aprirsi improvvisamente alla melodia, innestandola sul corpo di canzoni in perenne mutazione. Accettando il rischio della staticità, della ripetizione, non presentando certo Ohms elementi di innovazione spinta. Quello che vogliono i loro fan, o quello che vogliono loro? Il contributo di Frank Delgado, i suoi inserti che paiono rumore, poi ti concentri su di loro e scopri che sì, è proprio quel rumore metropolitano che rappresenta per molti il sottofondo sonoro della quotidianeità. E Sergio Vega cheè dal 2009 elementoimprescindibile del suono-Deftones. Lui e Cunningham, il cuore pulsante della band. 

Ohms non segnerà il corso della storia del rock ma, con buona pace dei detrattori, si collocherà dignitosamente nel complesso di una discografia (nemmeno troppo nutrita) che presenta pochissimi punti di debolezza 

Permane quel velo, in certi tratti pure si ispessisce, oscuro e tormentato che è parte irrinunziabile ormai della loro narrativa. Quel malessere che si percepisce spesso, che coinvolge chi ascolta, obbligandolo quasi a tornare indietro, a ripensare, a ripesare le parole che si stagliano contro un muro che riflette umori cangianti dalle tinte comunque mai vive.  

Ohms è la ricerca dell’equilibrio, forse proprio per questo i Deftones hanno richiamato alla consolle Terry Date, ristabilendo il fortunato sodalizio che marchiò col fuoco i primi dischi, fino all’omonimo del 2003. Colui che in coppia con Ross Robinson li accompagnò e li sostenne all’epoca dell’esordio, patrocinato dalla Maverick di Madonna. La scalinata dai gradoni di marmo bianco che conduce all’empireo davanti a loro, pronti ad affrontarla. Un’ascesa che può trasformarsi in un Calvario, e questo i Deftones lo sanno. Glielo ha insegnato la Vita. Terry Date è il punto di coagulo ove le cinque personalità si fondono. E’ lui che indirizza, corregge, asciuga le lacrime, placa gli entusiasmi. 

Dieci brani, alcuni davvero belli. Travolgenti, coinvolgenti, commoventi. La voce sempre in bilico tra urlo iroso ed armonia, sentimenti che si susseguono, che si sovrappongono. Ognuno troverà il brano che più lo segnerà. Nel bene e nel male.  

Deftones. Ohms. Resistenza. Magari torniamoci su fra un paio di anni, potremmo scrivere tutt’altro, chissà. Per ora è qui, Ohms, con tutto il suo carico di ardore misurato (non più giovanile, non si bara) chesi trasforma in riflessione, analisi, rilettura

 I Deftones sono i Deftones. Ohms è un disco dei Deftones. Punto. 

 

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