Orplid: Deus Vult

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I rapporti fra il genere neo-folk e una certa cultura riconducibile alla destra radicale sono sempre stati molto stretti. A parte i gloriosi e leggendari Current 93 (David Tibet ha sempre dichiarato di non riconoscersi in nessuna forma di fascismo) tutti gli altri, a partire dai Death In June di Douglas P. (che in “Brown Book” reinterpretavano l’Horst Wessel Lied”, l’inno delle SA), fino ai Sol Invictus (Tony Wakeford è stato pur sempre un membro del National Front e i titoli dei loro dischi citavano Evola) e ai Fire + Ice di Ian Read e i Blood Axis di Michael Moynihan, i riferimenti a certi autori e a certe ideologie pericolose sono stati molto chiari a cominciare dall’Oswald Spengler di Tramonto dell’occidente. Anche in Italia abbiamo avuto, in questo senso, i nostri esponenti a partire dagli Ain Soph (probabilmente i più espliciti di tutti nel loro elogio e difesa del barone Julius Evola) per arrivare piu’ recentemente agli Ianva.

Il filone del neo-folk tedesco, rappresentato dai vari Orplid, Forseti, Sonne Hagal e Darkwood, non ha fatto eccezione ed è stato ancora più netto e autoreferenziale nel ripiegarsi nelle sue radici teutoniche. Non si può negare tuttavia che la scena tedesca abbia rappresentato una salutare boccata d’aria fresca per un genere che (Rome a parte) sembra aver esaurito la sua carica propulsiva da tempo. Personalmente i Forseti sono i miei preferiti e hanno tutto le caratteristiche di quel che mi aspetto da un gruppo tedesco ovvero un approccio romantico e una certa seriosità di fondo.

Ora esce Deus Vult, il nuovo disco degli Orplid che conferma quanto si diceva sopra. Pur non aderendo esplicitamente a un’ideologia la tematica trattata dagli Orplid in questo disco è prossima a un libro di culto come I proscritti di Ernst Von Salomon in cui si narrava l’epopea dei Freikorps, i soldati di ventura che, dopo la prima guerra mondiale, si prestarono a combattimenti senza storia nel Baltico solo per difendere il concetto di Patria. In Deus Vult (cantato interamente in tedesco) si parla diffusamente del sacrificio della propria vita per una causa nobile e della bella morte. Vengono citati personaggi come Jan Palach (patriota cecoslovacco simbolo della resisitenza antisovietica nel suo paese), Tamara Bunke (rivoluzionaria e guerrigliera argentina) e Kurt Reuber (autore della celeberrima Madonna di Stalingrado).

Musicalmente gli Orplid accentuano in quest’occasione l’uso di un’elettronica dalle atmosfere brumose e malinconiche che, alla lunga, risulta in verità un po’ stucchevole. Rimpiango i tempi di Nächtliche Jünger in cui i nostri proponevano un folk acustico di ottima fattura screziato dalle tastiere. La voce di Uwe Nolte è notevole dal punto di vista dell’interpretazione ma non è sufficiente a risollevare le sorti di questo disco. In “Dunkle Stunde” troviamo anche Katrin Lindner (nota cantante dell’ex DDR) alla voce. La traccia finale è invece una (brutta) cover di “Cortez The Killer” di Neil Young“ che viene completamente snaturata con freddi suoni elettronici. Deus Vult è un album non brutto in senso assoluto ma è senza mordente e, in definitiva, lo trovo troppo monotono e certo non risolleva le sorti del neo-folk di cui appare il canto del cigno.

TagsOrplid
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