The Beauty of Gemina: Skeleton Dreams

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Ci fa piacere segnalare l’ultima release di The Beauty of Gemina, la band svizzera capitanata da Michael Sele poichè con Skeleton Dreams si può finalmente parlare di un album bello e ispirato, a mio avviso uno dei suoi migliori. Divenuti, con le ultime produzioni, paladini di uno stile melodico e minimalista, guidato da stati d’animo tristi e crepuscolari, i nostri hanno sfornato dodici tracce (o meglio undici, giacchè è presente anche una cover di lusso) da ascoltare una dopo l’altra in concentrazione, per coglierne tutto il feeling e l’intensità. Con un arrangiamento vario quanto equilibrato, la voce di Sele in grande spolvero, gli scenari spesso desolati ma pervasi di un’emozione palpabile, i The Beauty of Gemina hanno definitivamente trovato, con la maturità, la forma espressiva che meglio li rispecchia e l’ambito in cui si muovono a loro agio. Cominciamo dall’inizio: l’opener, “A Night Like This”, è un brano a cavallo fra rock e ballata acustica, che sa offrire una bella atmosfera meditativa e tesa allo stesso tempo. Subito dopo, “Naked” brilla principalmente per le splendide tonalità del canto, che spazia sulle note di una chitarra fantasiosa – ma non manca il suggestivo intervento degli archi –  mentre con “Maybe God Knows” arriva anche la ballata intensa e vitale e “Friends of Mine” si volge inaspettatamente all’oscurità – quella di cui Nick Cave è da sempre portavoce – per regalare i cinque minuti più struggenti. “Resurgence”, poi, riporta un mood energico con una ritmica gradevolmente sostenuta e passaggi di chitarra elettrica e, di nuovo, emerge il canto con i suoi echi e “Where Has It All Gone”, uno degli episodi più interessanti, è caratterizzato da un’efficace melodia evocativa arricchita da variazioni elettroniche davvero indovinate: in chiusura ce ne viene proposto un ‘desert mix’ a tinte assai più dark. Ma per restare in ambientazioni ‘notturne’, troviamo anche la tristissima “Rainbow Man”, di impostazione acustica o, poco più avanti, “I Come To Grief”, altra ballata superdepressa, mentre invece “Dark Suzanne” opta per una maggiore vivacità, strizzando ancora l’occhio al ‘re inchiostro’; persino la rischiosa cover di un brano storico come “Nine While Nine” dei Sisters of Mercy, rivista in chiave decisamente rallentata, appare nel complesso riuscita. Delle restanti vogliamo segnalare soprattutto “Hold On To This Night”, animata da un celestiale pianoforte, che raggiunge, in effetti, l’acme del pathos in questo disco così particolare e coinvolgente.

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