Volvodrivers: Non importa… ancora

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Ai Volvodrivers va riconosciuta una qualità sovente pur troppo sottostimata, che per un gruppo appartenente a quella nebulosa per definizione identificata come “underground” è fondamentale, costituendo uno dei pilastri sui quali poggia la credibilità stessa del progetto. Essa è la coerenza. Il mantenere fede, sempre e comunque, alla propria indole, al proprio ideale artistico. Perseguire un obiettivo chiaro, identitario. Eppoi l’attitudine, vocabolo che noi “anziani” abbiamo imparato ad amare, perfino a tollerare, eccedendo nel suo uso quasi per evocare (tenerezza pre-senile?) sempre e comunque il passato, quando “attitudine” segnava lo spartiacque fra degno d’attenzione e trascurabile.

Nel sempre più frammentato ed ormai quasi liquefatto mercato discografico, appartenere alla categoria “indipendente” segna un azzardo. Il rischio di venir confusi con artisti (minuscola) con i quali poco o nulla si ha in comune è reale, e può rappresentare la dannazione eterna. Lontana è l’epoca dei contratti facili, dei discografici che, forti di disponibilità oggi impensabili, setacciavano la provincia alla ricerca della promessa, della futura sensazione. Coll’unica mira di procacciarsi la sensazione del momento, grazie alla quale dare ulteriore impulso ai profitti. Con buona pace degli Artisti, quelli veri (maiuscola), alcuni dei quali riuscirono comunque a mantenere la propria integrità.

Ecco, se Non importa… ancora fosse uscito allora, i Volvodrivers avrebbero già “firmato” per la sotto-label di qualche marchio importante. Sarebbe già accaduto con “Cui prodest?” del 2017, del quale il presente costituisce il seguito, essendo il filo narrativo ininterrotto, a sua volta successore dell’acerbo esordio recante anno di pubblicazione 2014. Un percorso netto, una crescita costante accompagnata dalla presa di coscienza dei propri mezzi. La coerenza.

Giova subito precisare che Non importa… ancora vanta una produzione eccellente. Frutto del lavoro di Nico Odorico operato nei suoi Angel’s Wings (già sede delle registrazioni, fra le tante, di “1979” degli LDV/La Dolce Vita), localizzati nel cuore della pianura friulana. E qui vi risparmio, una volta tanto, il filotto sulle doti che per noi Friulani sono naturale componente del nostro carattere, della nostra indole. Lavoro certosino e basta. Ed ultimamente, era ora!, una buona dose di autostima. Quando sia rilevante oggi la componente sonora è indubbio, anche se qualcuno tende a sottovalutarla. Ovviamente se ci riferiamo a tutti quei musicisti “da cameretta” che ammorbano l’etere con le loro lagne da frustrati. Ma un disco “rock” deve suonare così. Punto.

Nel caso dei Volvodrivers il suono costituisce la base, le fondamenta sulle quali vengono edificate canzoni vigorose, venate di ardore hard-rock ed irrobustite da abbondanti dosi prelevate dagli scaffali dell’emporio del grunge, risorse apparentemente inesauribili, a patto che se ne faccia un uso misurato. Una tessitura robusta, a tratti introversa, chiusa su sé stessa pronta però a deflagrare, un incedere tumultuante ma sempre tenuto sotto controllo (preservando con cura la fondamentale componente melodica) dalla sezione ritmica Quargnal/Marinkovic che con grande applicazione mette in opera i dettami del manuale perfetto dell’alternative-rock. Altro contenitore per tutto e per il contrario di tutto. Ma tanto vale usarlo, se vogliamo poi a nostra volta approfondire. La voce di Alberto Netti, pure chitarrista e responsabile delle liriche, a tratti si fa monocorde, quasi volendo isolarsi, innalzarsi sul magma strumentale declamando testi incisivi che si apprezzano particolarmente in “Cimici”,  “Non è impossibile” (primo singolo e video), “La mia città” ed “Eterno inverno” e che rifuggono i triti cliché del genere (di tutti i generi!). L’uso dell’italiano fa cadere i veli dell’incomprensione, dell’interpretazione, rendendo ancora più immediati, taglienti gli incroci delle parole. Un esercizio per molti fatale, non per i VD per la risoluzione del quale applicano la buona norma della sobrietà, scarnificando i versi fino a renderli essenziali, eliminando orpelli che striderebbero con la forma. Una crudezza che non stride, essendo mitigata da una fragile armonia.


Non importa… ancora è disco che, bilanciando con attenzione le sue varie componenti, segna l’approdo ad un livello superiore, l’appropriazione di un ruolo al quale i Volvodrivers possono ambire senza timore, quello di depositari di uno stile, se non originale, certo riconoscibile. Fortificati da una fitta (nei limiti dell’oggidì possibile) attività live che ha indubbiamente consolidato la compagine (che ora si avvale di una seconda chitarra, liberando in parte il cantante dall’onere dell’impegnativo doppio ruolo). Aprendo la strada a prove future che rappresenteranno per forza, essendo giunti a questo importante snodo della carriera, la vera sfida, il consolidamento di quanto fatto fino ad oggi. Un rischio enorme che va calcolato.

Sono dei coraggiosi, i Volvodrivers. Anche un po’ sfrontati. Perché hanno osato, nel 2020, produrre un disco “fuori dal tempo” (cit. involontaria…), duro, inscalfibile, cenere impastata nel fango e nel sangue. Un approccio alla musica spontaneo, genuino, “doloroso” e necessario, suonare sì per il piacere di farlo, ma sempre infondendoci perizia ed impegno. Non un disco da ascoltare nel chiuso della propria camera, che potreste farvi male. Sennò, che senso avrebbe, star qui ancora a parlare di Grande Rock (gli Hellacopters, che il Signore li abbia in gloria)?

Due bonus-track infoltiscono la già solida track-list, “Nitro” e “Trovati un’immagine” (entrambe originariamente inserite nella scaletta del citato “Cui prodest?”) in versione live, registrate all’Astro Club di Fontanafredda, Pordenone. Esemplari a proposito di quanto esposto sopra, in merito all’ardore che i VD infondono nelle loro esibizioni. L’attitudine.

Il loro suono è potente come “une brentane dal Lusinç”, una piena dell’Isonzo. Mi piace paragonarlo ai sassi dalle forme levigate da anni di furia liquida trascinati dalle acque ribollenti. Che poi si fanno più calme, lasciando intravedere un paesaggio rinnovato. La rinascita dopo la furia. L’ascolto che termina, sfuma l’ultima nota e tu rimani lì, nell’attesa di ricominciare, nel tentativo di comprendere, di condividere il frutto di tanta passione. Chi glielo fa fare, e per chi? Domande alle quali non daremo risposte. Le conosciamo già.

Per informazioni: https://volvodrivers.bandcamp.com/
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